Festa del papà: «Quel legame unico col mio figlio speciale»

LA STORIA . Il racconto di un padre che con la famiglia ha accolto e cresciuto un bimbo disabile, ora 17enne. Prima l’affido, poi l’adozione. «Essere genitore è esserci anche quando è difficile, non potevamo lasciarlo andare».

C’è chi diventa padre in un «istante» e chi lo diventa poco alla volta, scegliendo ogni giorno di esserci. La storia che raccontiamo, in occasione della Festa del papà che si celebra oggi, nasce proprio da questo: dalla presenza, dalla quotidianità, da un legame costruito nel tempo. Marco R. (nome di fantasia), 70 anni, pensionato, vive con la moglie nell’hinterland di Bergamo. «Abbiamo una figlia, ormai grande. E tra lei e i nostri lavori, abbiamo sempre fatto anche volontariato, soprattutto con ragazzi con disabilità. Era una cosa naturale. E così siamo entrati nel circuito degli affidi e del sostegno di ragazzi più fragili», racconta Marco.

E un giorno hanno incontrato il piccolo Luigi – nome di fantasia – di sei anni, che viveva in una comunità del territorio con una disabilità intellettiva medio-grande. Un viaggio che da poco si è concluso con l’adozione del ragazzo, ormai 17enne. Ma prima di incontrarlo, la coppia aveva già vissuto un affido durato due anni. «Quando quel bambino è rientrato nella sua famiglia è stato giusto, ma per noi molto doloroso – confida –. Ci ha lasciato un segno profondo. Abbiamo avuto bisogno di tempo per rimettere insieme le emozioni».

Quel bisogno, però, non si è spento. «Non era il desiderio di sostituire qualcosa, ma di continuare a dare una possibilità» spiega. Così, nel 2016, arriva Luigi. «Con lui abbiamo iniziato piano: la domenica insieme, poi anche il sabato, poi tutto il weekend. Facevamo cose semplici, normali. Senza accorgercene, quel tempo è diventato relazione». Un legame che rendeva sempre più difficile ogni ritorno in comunità. «Luigi non veniva mai accolto da famiglie, proprio per la sua disabilità. E ogni volta lasciarlo era dura, per lui e per noi. C’era qualcosa che non poteva restare così».

La conoscenza e l’affido

L’affido diventa così una scelta naturale, sostenuta dal Comune di Bergamo con le sue strutture specialistiche, il centro affidi, i Servizi sociali e la comunità dove viveva Luigi e soprattutto dalla famiglia di origine di Luigi che per le sue condizione di fragilità non aveva gli strumenti per sostenerlo e accompagnarlo, ma anche grazie al nucleo familiare di papà Marco e di sua moglie. «Non si è mai soli in questi percorsi. I nostri familiari ci sono stati accanto fin da subito. Nostra figlia ha accolto benissimo l’ arrivo di un fratello minore. E così Luigi ha conosciuto una nuova famiglia: fatta di sorelle, zie e nonni e nonne che hanno creduto e continuano a credere nel progetto, prendendosi cura di lui». Luigi cresce. Frequenta la scuola, affronta le difficoltà, sorprende tutti. «All’inizio ci avevano detto che forse non avrebbe mai imparato a leggere e scrivere. Oggi legge, scrive, gioca a calcio, va in piscina. E a 17 anni ci chiede la patente per portare in giro la fidanzata», racconta sorridendo Marco.

Un anno fa è arrivata anche l’adozione, condivisa con la famiglia biologica e accompagnata dal Tribunale dei minori. «Non è stato uno scatto, ma la naturale evoluzione di un cammino fatto insieme». Le difficoltà, però, restano. «Burocrazia complicata, scuola spesso impreparata, insegnanti di sostegno che cambiano continuamente, servizi lenti. E una cultura che fatica ancora a includere davvero». Spesso, anche la solitudine: «Luigi non ha amici con cui condividere una pizza, un cinema, un momento di svago. Ed è la cosa più triste». Eppure Luigi ha cambiato tutto. «È arrivato come un ciclone. Ha scombinato il nostro modo ordinato di vivere e ci ha insegnato un “disordine” che è vita vera. È un viaggio che continuamente ti sgretola e ti ricostruisce, ma ti dà realmente la possibilità di aiutare qualcuno».

Non è sempre facile: «I problemi ci sono, come in tutte le famiglie. Ma lui è trasparente, vive tutto senza filtri. E riesce a farti sorridere anche quando ne ha appena combinata una grossa. Ma non siamo stati bravi, abbiamo solo capito che questo mondo ha bisogno di equilibrio e di aiuto reciproco, di persone che si mettano davvero sullo stesso piano». E allora, cos’è essere padre? «È restare. Non è sangue, è presenza. È esserci anche quando è difficile, restare accanto sempre». E alla domanda finale «lo rifareste?», la risposta è una sola: «Sì. Senza alcun dubbio».

© RIPRODUZIONE RISERVATA