Il congedo per i figli si amplia. I papà? Solo il 30% lo chiede

Welfare Da 6 a 9 i mesi retribuiti e limiti di età alzati da 6 a 14 anni, ma nella Bergamasca 7 volte su dieci sono le mamme a usufruirne.

Tra le novità introdotte dal governo nel Family Act - il pacchetto di misure pensato per migliorare la conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata dei genitori - ce ne sono alcune che riguarderanno in particolare i papà, dall’ampliamento del congedo parentale, all’introduzione del congedo di paternità di 10 giorni alla nascita del figlio (previsto da un decreto ad hoc), fino a una corsia preferenziale per la scelta dello smart working per i figli fino a 12 anni. Un provvedimento, quest’ultimo, riservato a entrambi i genitori, ma con l’obiettivo di dare un’opportunità proprio ai papà, che più raramente – rispetto alle mamme – scelgono di prendersi una pausa dal lavoro per stare vicino ai figli nei loro primi anni di vita. E proprio sul congedo parentale si concentrano due importanti novità introdotte dal governo: l’aumento del limite di età da 6 a 14 anni del figlio per il quale si può chiedere il congedo, e l’aumento dei mesi di congedo coperti da indennità (pari al 30% della retribuzione), che passano così da 6 a 9.

I dati diffusi dalla Cgil mostrano anche come la percentuale delle donne italiane che godono del congedo parentale sia molto più elevata rispetto a quella delle donne immigrate (79,8%), mentre tra gli uomini la differenza è pressoché inesistente

Pochi papà lo chiedono

Iniziative pensate immaginando di ampliare la platea, soprattutto maschile, di accesso a queste misure. Ma sarà davvero così? Difficile dirlo: i numeri del resto parlano abbastanza chiaro. Quelli a disposizione per la provincia di Bergamo relativi al 2021 comprendono le domande di congedo parentale effettuate ai patronati di Cgil, Cisl e Acli. Ebbene, su 1.459 richieste effettuate, circa il 70% hanno riguardato le mamme (nei primi tre mesi del 2022, le richieste sono state complessivamente 410) solo il 30% i papà. Ciò significa che la maggior parte dei padri preferisce rinunciare al congedo, probabilmente più per questioni economiche, che per una mancanza di volontà di occuparsi dei figli. Non è facile, quindi, immaginare che tre mesi di congedo in più possano davvero incentivare gli uomini a usufruire della misura.

Le novità: dall’ampliamento del congedo parentale all’introduzione del congedo di paternità di 10 giorni alla nascita del figlio (previsto da un decreto ad hoc), fino a una corsia preferenziale per la scelta dello smart working per i figli fino a 12 anni

«In generale, le donne fruiscono del congedo in via più continuativa – puntualizza Emmanuele Comi, direttore del patronato Inca Cgil –, utilizzando quindi tutti i 180 giorni a disposizione o periodi più brevi, ma comunque consistenti (4 o 5 mesi), immediatamente successivi al termine del congedo obbligatorio di maternità. Di contro, gli uomini utilizzano periodi più brevi, magari subito dopo il parto o coincidenti con periodi di malattia, oppure ancora per altre situazioni particolari. In alcuni casi questi periodi vengono usati, soprattutto dai lavoratori stranieri, al posto delle ferie non concesse dai datori di lavoro o per periodi di viaggio lunghi per rientrare temporaneamente nel Paese d’origine».

I dati: su 1.459 richieste effettuate, circa il 70% hanno riguardato le mamme (nei primi tre mesi del 2022, le richieste sono state complessivamente 410) solo il 30% i papà

I dati diffusi dalla Cgil mostrano anche come la percentuale delle donne italiane che godono del congedo parentale sia molto più elevata rispetto a quella delle donne immigrate (79,8%), mentre tra gli uomini la differenza è pressoché inesistente.

«La direzione è giusta»

Resta il fatto che le novità introdotte dal governo soddisfano le aspettative dei sindacati: «Si tratta di normative che favoriscono il sostegno alla famiglia e tendono ad allineare i permessi tra maschi e femmine – dice Francesco Corna, segretario generale Cisl Bergamo –, togliendo il vincolo sui redditi (finora quelli più alti non godevano dell’indennità del 30% per i periodi di congedo parentale ndr). Così come l’assegno unico universale, queste misure vanno senz’altro nella giusta direzione; è chiaro però che bisogna fare di più dal punto di vista dei servizi per favorire il lavoro femminile, anche perché la nostra provincia è quella, in Lombardia, che ha il più basso tasso di partecipazione delle donne al lavoro».

Poco o nulla, invece, potrebbe incidere l’ampliamento delle opportunità sul congedo parentale nelle proporzioni tra uomini e donne: «Tendenzialmente si tende a ridurre il lavoro meno remunerativo – ricorda Corna –, e spesso è quello delle mamme. La misura va comunque nella direzione di una possibilità di sfruttamento per tutti. Certo, se si vuole invertire davvero il trend sulla natalità, non si può pensare di favorire solo i redditi bassi, ma servono incentivi per tutto il ceto medio, intesi come un investimento della collettività e non della famiglia».

«C’è ancora strada da fare»

Il decreto legislativo del 31 marzo scorso è «una buona notizia per il Paese» anche per Massimiliano Bragaglio, direttore del patronato Acli di Bergamo. «Bene la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro attraverso il rafforzamento degli strumenti che la agevolano – dice –, anche se i tempi per arrivare a questa Legge sono stati molto lunghi. Insieme all’introduzione dell’Assegno unico universale – aggiunge – è un primo passo per restituire dignità e soggettività alle famiglie italiane, attraverso non solo misure specifiche, ma con l’idea di pensare tutte le politiche pubbliche a misura di famiglia. Un primo passo, perché - nonostante tutto - siamo ancora molto lontani dalle tutele che offrono Paesi come la Spagna, la Svezia o la Germania».

© RIPRODUZIONE RISERVATA