«Il futuro della Lombardia? Bellissimo. E vogliamo la maggioranza di Trenord»

L’INTERVISTA. Il presidente della Regione Attilio Fontana e le sfide del bis: «In crescita più di ogni altra realtà europea».

«Come vedo il futuro della Lombardia da qui?». Attilio Fontana si gode il secondo mandato da presidente della Regione dall’alto del 35° piano di Palazzo Lombardia con una vista mozzafiato su Milano. E oltre. «Lo vedo bellissimo, dopo la tragedia del Covid siamo ripartiti come solo noi sappiamo fare. Pochi giorni fa è arrivata la conferma dall’Ue: la nostra regione è quella che sta crescendo di più in Europa, più della Catalogna e del Baden-Württemberg. Questo grazie ai cittadini e agli imprenditori che con tenacia e impegno sono capaci di superare ogni difficoltà, e magari anche a qualche nostra scelta politica che ha contribuito a dare ottimismo e far capire ai lombardi che non erano soli nel rischiare».

Tre anni fa di questi giorni, nel bel mezzo della tempesta Covid, avrebbe immaginato una ripartenza del genere?

«Ne ero certo. Il dubbio era semmai sui tempi della pandemia, non sulla capacità dei lombardi. Non a caso già il 4 maggio avevamo lanciato il Piano Lombardia per favorire una ripartenza: un’iniezione di fiducia oltre che di soldi».

Diciamola tutta, in realtà non ha mai avuto paura di non venire rieletto…

«Mah, mica vero, all’inizio la situazione non era proprio così scontata. Avevo consapevolezza dell’ottimo risultato del centrodestra alle Politiche, ma c’era la variabile dell’affluenza. Sapevo però che i lombardi sono gente pragmatica e concreta e che quindi ci avrebbero valutato per quanto fatto».

Ecco, l’affluenza: è stato eletto con un milione e 774mila voti circa. Come intende rapportarsi ai quasi 6 milioni e mezzo di lombardi che hanno votato altri candidati o non si sono proprio visti alle urne? E sono una maggioranza netta.

«Purtroppo la scarsa partecipazione è una tendenza delle grandi democrazie, un dato di fatto che va accettato ma nello stesso tempo combattuto. Io credo si debba fare di più per avvicinare i giovani alla politica e questi tentativi di denigrarla o metterla in cattiva luce non aiutano né giovano a nessuno: a parte qualche fiammata iniziale sono posizioni che non portano a nulla. Per riportare i lombardi alle urne dobbiamo essere capaci di amministrare bene e dare risposte adeguate».

Durante la presentazione de l programma ha sottolineato come non si possa restare ostaggi delle inchieste. A Bergamo c’è quella molto delicata sul Covid.

«Delicata, appunto. Per questo ritengo opportuno che se ne occupino i tribunali e non dire nulla».

E nel frattempo? Sinceramente, non ha mai pensato che avrebbe potuto fare di più? O di avere sbagliato qualcosa in quei giorni?

«Me lo chiedo spessissimo. Ma anche se potessi tornare indietro potrei cambiare pochissime cose e non sarebbero comunque decisive».

Beh, il ping pong sulla Zona Rossa, magari…

«Il 6 o 7 marzo 2020 il direttore generale della Sanità lombarda aveva scritto all’Oms chiedendo di intervenire sul Governo per una Zona Rossa, ci risposero che non erano sicuri che una chiusura avrebbe potuto contenere la pandemia. Oggi è facile, anzi meno difficile di allora, fare certe considerazioni, ma ricordo per esempio che la Corte Costituzionale nel caso della Valle d’Aosta ha sancito che durante la pandemia ogni tipo di provvedimento spetti allo Stato: quindi credo che tutti dovrebbero essere un po’ cauti. La verità è che in quei giorni drammatici nessuno sapeva cosa sarebbe successo nemmeno da lì a un’ora. Le serate infinite in questo ufficio davanti ai numeri delle terapie intensive e dei morti me le ricordo ancora».

Questa sarà la legislatura dell’autonomia?

«Ne sono certo. Mi dispiace per le polemiche strumentali ma la posta in gioco è svecchiare il Paese o lasciarlo legato al passato. E lo dico a chi difende questo sistema che ha penalizzato proprio le realtà del Sud».

Ma lei da leghista era più autonomista o indipendentista?

«Io credo nel valore dei territori. Questo è un grande Paese perché fatto di grandi differenze, ma la cosa peggiore è la burocrazia e l’organizzazione dello Stato: ed è questo che stiamo cercando di scardinare per il bene di tutti».

Come immagina la Lombardia tra 5 anni se sarà davvero autonoma?

«Ancora più forte e capace di attrarre sempre più investimenti. Il sogno è che i nostri giovani restino qui, perché con più investimenti su ricerca e innovazione la Lombardia non la batte nessuno».

Non è troppo milanocentrica?

«Non deve esserlo. Milano è una realtà che con la sua dinamicità non poteva che essere in Lombardia, ma questa regione è forte per le sue città. Milano è grande anche perché ha vicino Bergamo e Brescia che come Capitale della cultura stanno facendo molto bene, ma anche Monza, Varese, Como...: una smartland connessa, articolata e capace di dialogare nelle sue diverse componenti. Bisogna evitare che tutto graviti su Milano e renderla comunque più accessibile su ogni fronte: quello delle infrastrutture ma anche della casa. Stiamo pensando a una nuova stazione dove attestare parte del trasporto pendolari in connessione con la metropolitana per evitare di intasare il sistema intorno alla Centrale e investiremo molto sugli alloggi per studenti e sull’housing sociale».

A proposito di infrastrutture: la tratta bergamasca della Pedemontana è ormai nel cassetto?

«Sì, sia per motivi economici che d’impatto territoriale. La soluzione dell’innesto sulla Teem mi pare la migliore».

Ma lei è davvero contento di Trenord?

«Semmai non sono contento di tutto quello che c’è intorno a Trenord. Per far funzionare il trasporto su ferro servono treni e binari: ne sono arrivati 88 nuovi ed entro un anno e mezzo, massimo 2, saranno 220, ma se abbiamo ancora centinaia di chilometri a binario unico dove cavolo vogliano andare?».

Quindi tocca al gruppo Ferrovie, vostro partner in Trenord . Ma come si fa ad andare avanti con due soci al 50%? È il modo perfetto per bloccare tutto.

«Vero, e difatti una delle richieste che faremo al ministero è che le Ferrovie ci cedano quell’1% che ci permetta di avere la maggioranza e quindi il controllo di Trenord. Come Regione abbiamo investito 2 miliardi per comprare nuovi treni, loro non ci hanno messo un euro finora».

Nell’operazione Porta Sud a Bergamo farete la vostra parte?

«Aderiremo all’Accordo di programma con 20 milioni di euro e poi vedremo se ci saranno ulteriori disponibilità».

E sul treno per Orio?

«Un’opera che abbiamo sempre appoggiato. Gli aeroporti sono fondamentali per l’accessibilità e lo sviluppo della Lombardia».

Sul versante della sanità…

«Abbiamo già ribadito che l’ottava torre del Papa Giovanni XXIII di Bergamo è una priorità di questo mandato e verrà finanziata appena ci saranno trasferite le risorse nazionali. E nel piano regionale sono previsti anche 53 milioni per il polo infantile all’ospedale di Alzano».

A fine anno la Regione dovrà rinnovare i vertici delle Ats e Asst. Nell’ultima tornata di nomine i manager bergamaschi erano stati fortemente penalizzati, cosa dobbiamo aspettarci questa volta?

«Non abbiamo ancora iniziato a parlarne. Cerchiamo di individuare i migliori profili per gli ospedali più importanti e faremo scelte di qualità. Certo, non sempre si rivelano positive».

Soddisfatto degli equilibri della nuova Giunta?

«Per ora direi di sì. Da parte mia nessuna intenzione di penalizzare i partiti miei alleati e sono convinto che loro non intendano farlo con la Regione. Dobbiamo essere tutti seri e concreti».

Nello scorso mandato non ha mai pensato di mollare o non ricandidarsi? La voce è girata…

«Ci sono stati momenti difficili, inutile negarlo. È stata la gente che mi ha convinto a rimanere e alla fine ho preso più voti della somma della coalizione».

Qual è il sogno di Fontana, la Champions per il Milan o l’autonomia per la Lombardia?

«Secondo me con l’autonomia vinceremmo pure più Champions».

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