Il terremoto del Friuli 50 anni dopo: «Voi bergamaschi ci avete dato la forza di rialzarci»
LA STORIA. Dai primi giovani volontari di Paladina alla ricostruzione grazie ai tecnici e ai fondi raccolti.
Cinquantasei secondi. Tanto è durata la scossa il 6 maggio del 1976. Un tempo infinitesimo per la storia, un’eternità per chi ha visto la propria casa, la propria chiesa, il proprio futuro, sbriciolarsi sotto i piedi. Quasi mille morti, centomila edifici danneggiati e un paesaggio sfigurato che pareva destinato al silenzio delle macerie. Eppure, in quell’apocalisse di polvere e buio che avvolse il Friuli, la luce si riaccese grazie alla solidarietà che ancora oggi lega la terra bergamasca alle colline friulane in un abbraccio che non si è mai sciolto.
Il legame con Bergamo
Il legame tra Bergamo e il Friuli non è un semplice ricordo d’archivio, ma una materia viva, fatta di pietre che portano nomi precisi. Quando si cammina a Mels, frazione di Colloredo di Monte Albano, ci si imbatte in via Bergamo. Non è un omaggio toponomastico astratto; è il luogo fisico dove la sottoscrizione promossa da L’Eco di Bergamo — che raggiunse l’allora astronomica cifra di 700 milioni di lire — si fece cemento e speranza. «L’impatto fu immediato, plurale e travolgente», ricorda con emozione Roberto Molinaro, storico sindaco di Colloredo che ha guidato la comunità dal 1980 al 2003, attraversando l’intera ricostruzione.
«Già nell’estate del ’76 (Molinaro al tempo era assessore a Colloredo, ndr) arrivarono i giovani di Paladina a sgomberare mobili, a pulire mattoni, a fare tutto ciò che c’era da fare. Non eravamo soli. Sentire quella presenza costante di volontari che si affiancavano all’esercito e ai vigili del fuoco e alle autorità diede ai friulani quella spinta psicologica decisiva per non mollare».
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