Infortuni sul lavoro, 101 morti in 5 anni: sette vittime su 10 per incidente stradale
IL BILANCIO. Martedì 28 aprile la Giornata mondiale per la sicurezza. In Bergamasca feriti in lieve flessione (-2%) ma i casi più tragici restano costanti, una ventina all’anno, spesso lungo il tragitto prima o dopo il turno.
Si esce di casa per andare al lavoro e non si fa più ritorno. Nella durezza di quest’immagine c’è l’aspetto più tragico di una sfida quotidiana, stretta attorno alle storie finite al centro della cronaca e riassunte dai numeri: negli ultimi cinque anni, tra il 2021 e il 2025, in Bergamasca sono state presentate all’Inail 101 denunce per infortunio sul lavoro con esito mortale, una media di una ventina all’anno.
È un trend che sembra inscalfibile, un’emergenza continua scandita con drammatica regolarità. Lo scorso anno, il 2025, anno nero, ha infatti visto di nuovo un rialzo (22 «mortali» segnalati), sugli stessi livelli del 2023 e del 2021; in mezzo, annate con valori lievemente più contenuti (17 pratiche nel 2022, 18 nel 2024). Fuori da questo lustro c’è il 2020, anno che ha fatto storia a sé anche per questo tema: furono ben 69 le comunicazioni per infortuni mortali, la gran parte delle quali dovuta a persone che si erano spente per aver contratto il virus nel proprio ambito professionale.
Gli infortuni casa-lavoro
Mettere in fila i report periodici dell’Inail – alla vigilia della Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro, che cade ogni 28 aprile – permette di comprendere gli aspetti più critici. Che riguardano certo i pericoli che s’incontrano nei cantieri, nelle fabbriche e nei luoghi della logistica – i settori più esposti agli incidenti – ma pure un fenomeno meno noto ma alquanto impattante: gli infortuni in itinere, quelli che accadono nel tragitto casa-lavoro o viceversa. Perché se si incrociano i dati dell’Inail con il registro degli infortuni tenuto dalla Regione grazie al lavoro delle Ats, ecco che si coglie l’altro aspetto: circa il 70% delle denunce per infortunio mortale è imputabile a un incidente stradale a inizio o fine turno. In provincia di Bergamo, infatti, i decessi avvenuti durante l’attività professionale sono stati 6 nel 2021, 5 nel 2022, 7 nel 2023, 6 nel 2024, 7 nel 2025: gli altri esposti sono viceversa imputabili a fatti occorsi appunto in itinere. Un fenomeno che, almeno parzialmente, purtroppo vanifica quanto invece si cerca di fare nei luoghi di lavoro da anni per cercare di ridurre le vittime.
Formazione e controlli
Francesco Corna, segretario generale della Cisl Bergamo, parte proprio da questo aspetto: «Siamo di fronte a numeri significativi, l’incidenza è rilevante e si lega alle caratteristiche del nostro territorio: purtroppo le esigenze dei lavoratori non trovano una risposta efficiente nel trasporto pubblico locale, dunque il traffico privato è ancora determinante». Anche questo, in fondo, vanifica gli sforzi comuni per rafforzare le tutele dei lavoratori: «Nel corso degli anni c’è stato un effetto positivo dovuto a normative europee e nazionali – prosegue Corna -. Oggi la questione centrale è data soprattutto dai controlli e dalla formazione: Bergamo rimane una delle province con la minor presenza di personale ispettivo in rapporto alla popolazione».
«Siamo di fronte a numeri significativi, l’incidenza è rilevante e si lega alle caratteristiche del nostro territorio: purtroppo le esigenze dei lavoratori non trovano una risposta efficiente nel trasporto pubblico locale, dunque il traffico privato è ancora determinante»
Nell’ultimissimo periodo, tornando alla bussola dell’Inail, l’incidentalità generale ha rallentato: se tra 2022 e 2023 il totale degli infortuni si attestava attorno ai 13.400 l’anno, nel 2024 si è scesi a 12.965 e nel 2025 a 12.710 (-2%). «Anche quando se ne parla meno, quella della sicurezza sul lavoro resta un’emergenza sulla quale non abbassare mai la guardia – riflette Marco Toscano, segretario generale della Cgil di Bergamo -. Le ricette sono note: più controlli, più risorse per chi svolge attività di vigilanza, una formazione che sia efficace ed efficiente». A pagare il prezzo più alto è chi lavora nell’edilizia, nella manifattura e nella logistica. Ma c’è anche una dinamica meno legata al comparto e più alla fragilità contrattuale: «Quando parliamo di stabilità lavorativa, la decliniamo soprattutto in chiave economica, ma c’è un riflesso anche sulla sicurezza – aggiunge Marco Toscano -: chi ha condizioni lavorative precarie, o peggio vive la piaga dello sfruttamento, è ricattabile e ha maggior timore nel denunciare condizioni di insicurezza».
L’inizio del 2026
Il primo scorcio del 2026 consegna una tendenza opposta rispetto ai tempi recenti: la mole complessiva di infortuni si è spinta nuovamente verso l’alto (dai 2.019 di gennaio-febbraio 2025 si è passati ai 2.115 di gennaio-febbraio 2026, +4,8%), mentre i sinistri fatali sono calati (da 6 a 2 infortuni con esito fatale). Certo i due mesi presi in esame rappresentano un periodo ancora poco indicativo per tracciare bilanci affidabili. L’ultimo morto sul luogo di lavoro è stato registrato il 19 gennaio, quando un malore ha stroncato un camionista a Fornovo San Giovanni.
«In Bergamasca c’è un impegno anche attraverso i molti protocolli sottoscritti con istituzioni e parti datoriali – ricorda Pasquale Papaianni, coordinatore territoriale della Uil di Bergamo -. La convergenza deve favorire soprattutto un processo culturale: la sicurezza sul lavoro va insegnata nelle scuole, dove si forma la futura classe dirigente. Da parte nostra la Uil sostiene da tempo una proposta di carattere nazionale: creare una procura speciale per gli infortuni sul lavoro, non tanto per inasprire le pene, quanto per dare diritto e dignità a chi paga il prezzo dell’insicurezza».
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