Prima di Pietro, Noemi nel 2023: «Questi bambini diventano i figli di tutto l’ospedale»

I RICORDI. Il professor Angelo Colombo e la dottoressa Giovanna Mangili raccontano i casi di abbandono affrontati negli anni: «In passato i neonati venivano lasciati negli scatoloni, per strada o nei campi; la Culla per la Vita offre un’alternativa protetta ed anonima».

Dietro ogni storia c’è un intreccio di dolore, coraggio e speranza, con la consapevolezza e certezza di fondo che, anche in un momento di profonda fragilità, offrire una possibilità sicura può significare salvare una vita. E proprio per questo, quando si abbraccia un bambino passato in poche ore dall’abbandono alla salvezza, le emozioni restano indelebili, anche a distanza di anni, come testimoniano il professor Angelo Colombo, a lungo direttore della Patologia neonatale degli allora Ospedali Riuniti di Bergamo, e la dottoressa Giovanna Mangili, già direttrice del Dipartimento materno-infantile e della Patologia neonatale dell’Asst Papa Giovanni XXIII.

Nella loro lunga carriera si sono confrontati con diverse vicende dai tratti simili a quella vissuta dal piccolo Pietro, che domenica mattina è stato affidato alla Culla per la Vita attiva dal 2019 presso la sede della Croce Rossa di Bergamo a Loreto: uno strumento che secondo i due neonatologi ha un ruolo cruciale, seppur ancora poco conosciuto, e proprio per questo va promosso sul territorio.

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«La probabilità che un bambino venga abbandonato in modo pericoloso è ancora alta, perché spesso chi compie questo gesto non sa dell’esistenza delle Culle - spiega il professor Colombo, primario emerito del “Papa Giovanni” -. E invece sono essenziali, dei veri e propri salvavita. Rispetto al passato, quando i neonati venivano lasciati praticamente ovunque, sui cestini o sulle auto, questa è una modalità altamente sicura, dal momento che la Culla per la Vita dà l’allarme e consente un intervento di soccorso immediato. È importante raccontare storie come quella di Pietro. L’abbandono è sempre un qualcosa di triste, spesso ci sono dietro dei drammi enormi, ma è importante parlare di queste Culle. Sono attive ormai da diversi anni. Ci si può recare in maniera anonima e in piena sicurezza, senza telecamere. Scatta subito un allarme e il bambino viene soccorso tempestivamente».

Il sopravvissuto al temporale

«Negli Anni Settanta, quando ero a Pavia, un bambino venne abbandonato in aperta campagna, vicino al fiume Ticino. Il giorno successivo la mamma fu ricoverata d’emergenza, in ospedale ci svelò dove aveva lasciato il neonato»

I ricordi restano indelebili e la memoria corre ad alcuni casi come ad esempio quelli di Almè (nel 2010, ndr) e Paladina (nel 2007, ndr), con neonate abbandonate in scatoloni ma salvate. «Ricordo bene, anche se è passato tanto tempo: quelli furono tra i casi più recenti di cui mi sono occupato- ricorda Colombo -. Negli Anni Novanta un neonato venne ritrovato in un borsone accanto alla timbratrice negli allora Ospedali Riuniti, evidentemente quella donna voleva che questo bambino venisse trovato in un ambiente in cui potesse essere soccorso immediatamente. Negli Anni Settanta, quando ero a Pavia, un bambino venne abbandonato in aperta campagna, vicino al fiume Ticino. Il giorno successivo la mamma fu ricoverata d’emergenza, in ospedale ci svelò dove aveva lasciato il neonato. La polizia lo trovò, miracolosamente sopravvissuto ad una notte di temporale. Era pieno di terra, eppure è riuscito a salvarsi. Sono storie che segnano e restano impresse nella memoria - prosegue il professore -. In ospedale questi bambini di nessuno diventavano un po’ figli di tutti, ricordo che medici e infermieri li accudivano con un’attenzione speciale, in attesa che trovassero una famiglia. Sollecitavamo, per quanto di nostra competenza, l’iter di adozione. Sapevamo che, per quanto amore potessimo dare durante le cure in ospedale, una famiglia adottiva poteva offrire ancora di più».

«In ospedale questi bambini di nessuno diventavano un po’ figli di tutti, ricordo che medici e infermieri li accudivano con un’attenzione speciale, in attesa che trovassero una famiglia»

Un gesto di amore

Anche la dottoressa Giovanna Mangili, in pensione dal 2025, non nasconde l’emozione rivissuta leggendo la notizia del piccolo Pietro.

«In ospedaleè possibileanche partorirein maniera anonima»

«Sono felice di sapere che il bambino sta bene, questo è l’aspetto più importante - spiega -. Mi ha commosso il biglietto che pare accompagnasse il neonato («Ti auguro una vita piena di gioia e serenità, che in questo momento non ti possiamo dare. Ma sei stato tanto amato. Ti amo tanto», ndr): questo messaggio è il segno che, anche in una scelta così dolorosa, c’è amore e volontà di protezione. Se una mamma scrive o dei genitori scrivono un biglietto del genere immagino tutte le difficoltà. Pur nella sofferenza hanno pensato al bene del bambino, per proteggerlo, e questo è un segno di amore enorme. Chi compie questo gesto, spesso lo fa pensando al futuro del figlio, per dargli una possibilità di vita diversa, magari in una famiglia che lo desidera profondamente. Anni fa capitava di trovare neonati abbandonati all’aperto, anche d’inverno, oggi strumenti come la Culla per la Vita possono fare la differenza, insieme al parto in anonimato in ospedale, con tutte le tutele del caso. Anche questa è una possibilità che è ben far conoscere e ribadire: in ospedale vengono offerti tutta la discrezione e il tatto del caso. Negli ultimi anni abbiamo avuto diversi episodi, ricordo anche una mamma che ha partorito in anonimato e poi ci ha ripensato il giorno successivo».

«È importante ricordare anche la possibilità di ripensarci, entro dieci giorni, perché una donna può agire in un momento di disperazione e poi magari voler tornare indietro»

Nella mente della dottoressa è nitido anche il ricordo di Noemi, accolta nel 2023 nella Culla per la Vita di Loreto , prima bimba salvata dopo il trasferimento della Culla dal monastero di Matris Domini in via Locatelli: «Quando ho saputo la notizia di domenica ho rivissuto le emozioni dell’ultima volta, tre anni fa - prosegue la dottoressa Mangili, il cui ruolo di direttrice della Patologia neonatale in ospedale è ora ricoperto dalla dottoressa Chryssoula Tzialla -. Il mio primo pensiero è stato che per fortuna esiste a Bergamo questa Culla». Proprio per questo, conclude il professor Colombo, è fondamentale far conoscere la possibilità data dalle Culle: «Bisognerebbe parlarne di più, anche con campagne informative, dall’oratorio agli ambulatori - conclude -. Tante persone semplicemente non lo sanno. È importante ricordare anche la possibilità di ripensarci, entro dieci giorni, perché una donna può agire in un momento di disperazione e poi magari voler tornare indietro».

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