Sci: in 23 anni investiti 89,7 milioni in 13 stazioni, ma tre sono già dismesse

IL REPORT. Da Legambiente il rapporto «Nevediversa». «Occorre ripensare il turismo montano invernale». I gestori: «A oggi non esiste un’alternativa valida».

Sfiora i 90 milioni di euro – 89,7 – la somma degli investimenti che tra il 2002 e il 2025 (ma con un picco concentrato negli ultimissimi anni) è stata destinata alle stazioni sciistiche bergamasche: di questi, 66 milioni provengono da contributi pubblici (il 24% dal ministero, il 42% da Regione Lombardia e l’8% dagli enti locali), mentre il restante 26% è opera dei privati. È quanto emerge dal nuovo rapporto «Nevediversa», pubblicato da Legambiente, che riporta l’attenzione sul cambiamento climatico in atto, puntando il dito contro gli investimenti che continuano a essere rivolti al «sistema neve».

Tra Alpi e Appennini sono 273 gli impianti sciistici dismessi censiti da Legambiente e 247 gli «edifici sospesi», strutture rimaste ferme e abbandonate. Tra i dati, ci sono anche 231 impianti che a oggi – secondo Legambiente – sopravvivono grazie ai fondi, i cosiddetti «casi di accanimento terapeutico»: di questi ben 63 stanno in Lombardia. L’invito del gruppo – come già espresso ripetutamente negli ultimi anni – è quello di «ripensare il turismo montano invernale».

Il focus sulla Provincia di Bergamo

Il report mette in luce i numerosi investimenti che sono stati realizzati nello scorso ventennio. Sono coinvolte 13 diverse stazioni sciistiche – Piani di Artavaggio, Piani di Bobbio/Valtorta, Piani dell’Avaro, Piazzatorre, Foppolo, Schilpario, Colere, Lizzola, Spiazzi di Gromo, Monte Pora, Passo della Presolana, Monte Poieto, Selvino – pur con cifre diverse: tra quelli che spiccano, in primis Piazzatorre (dove nel 2025 sono stati investiti quasi 14 milioni da parte della Regione).

«Di queste tredici stazioni – scrive Angelo Borroni, che ha curato l’approfondimento bergamasco nel documento di “Nevediversa” – nella stagione 2025-26 sette sono attive con continuità, tre aperte in dipendenza dall’innevamento (Schilpario, Cantoniera Presolana, Selvino), tre dismesse per lo sci da pista (Piani di Artavaggio, Piani dell’Avaro, Monte Poieto)».

I finanziamenti degli enti pubblici

Accanto ai tanti finanziamenti regionali, vengono ricordati anche i due bandi del ministero del Turismo, che in terra orobica hanno portato tuttavia esiti ben diversi tra loro. Il primo, nel 2023, ha visto arrivare 22 milioni di euro, per quattro diverse stazioni. Il secondo, il cui esito è uscito alla fine dello scorso anno, ha lasciato invece tutte le nove domande di contributo a bocca asciutta.

«In piena crisi climatica ed energetica, a fronte di un mercato dello sci sicuramente non in espansione e sempre più esclusivo – conclude Borroni –, i soldi pubblici vengono spesi per mantenere in piedi un’industria senza futuro, con investimenti destinati a strutture e impianti che non avranno neppure il tempo per essere ammortizzati».

La replica dei gestori degli impianti sciistici

Se le contestazioni di Legambiente non sono certo nuove, altrettanto si può dire per le repliche del mondo dello sci. «Il discorso è sempre il solito – esordisce Massimo Fossati, vice presidente di Anef, oltre che gestore degli impianti dei Piani di Bobbio –. A oggi non c’è un’alternativa valida allo sci: se ci fosse, gli imprenditori l’avrebbero già percorsa. La ricaduta economica generata dallo sci sui territori montani non è sostituibile».

Rivendica che «gli imprenditori della montagna sono i primi che si sono accorti del cambiamento climatico e sono anche i primi che si sono adattati. Non siamo assolutamente negazionisti». Un esempio su tutti: «Già dagli Anni Novanta realizziamo impianti per l’innevamento artificiale». E la conseguenza è che «oggi garantiamo finestre di apertura degli impianti più ampie rispetto a trent’anni fa. E le stazioni continuano a essere piene». Sugli aiuti pubblici, sostiene che «è una questione sociale: senza i contributi pubblici alcune zone non potrebbero sostenere gli investimenti e rischierebbero lo spopolamento». Con la precisazione, anche in questo caso già espressa da tempo, che «il ritorno dell’investimento non è solo per gli impianti, ma per tutto il sistema montagna».

Sul fatto che alcune stazioni negli anni abbiano chiuso, Fossati parla di «selezione naturale degli imprenditori: è lo stesso fenomeno che accade per le fabbriche in pianura».

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