Donizetti Opera: il «Diluvio» tra musica e video. Pubblico diviso sulla regia

IL FESTIVAL . L’opera in difesa della natura ha inaugurato il cartellone al Teatro Donizetti: a dominare la scena, più dei protagonisti, l’orchestra e le immagini forti sul maxi schermo. E sull’impatto del linguaggio visivo la platea si divide.

«Il diluvio universale» è una signora opera. Aveva ragione Gaetano Donizetti - quanto ad autoanalisi del suo lavoro era infallibile - che di questa «azione tragico sacra» andava orgoglioso. Venerdì sera il Festival Do ha inaugurato il cartellone al Teatro Donizetti alla sua maniera, con tocco sontuoso e un po’ di sorpresa, riprendendo il titolo napoletano del 1830. Non inganni l’etichetta «azione tragico sacra»: «Il diluvio» è un’opera in piena regola, con un bel quadrilatero romantico soprano-basso-tenore-mezzosoprano.

Il soggetto biblico - necessario in tempo di quaresima napoletana - è paradossalmente un carburante drammaturgico aggiunto in cui Donizetti e il fido librettista Cammarano si esaltano e fanno convergere istanze morali e tensioni sentimentali. La musica è ricca, Donizetti mostra tutte le frecce che di lì a pochi mesi lo faranno dominus della scena teatrale italiana con «Anna Bolena». Se i personaggi sono caratterizzati, ancor di più, con cura e scavo evidente, lo sono le ambientazioni, il clima profetico, di autentico credo che si trova in altre grandi opere della maturità, da «Poliuto» a «Dom Sebastien».

In certo modo, quindi, non stupisce che più ancora dei quattro protagonisti principali abbia dominato l’orchestra, quella del Donizetti Opera, e il Coro dell’Accademia della Scala (preparato da Salvo Sgrò) che hanno incorniciato e attraversato tutta l’azione in scena. Riccardo Frizza ha guidato l’assieme con la ben nota efficacia pragmatica, raccordando con saggia misura i tanti fili e le svariate trame intrecciate dalla partitura.

Donizetti (come in «Alfredo il Grande») riprende qui uno dei temi portanti di «Fille du regiment», dimostrando la continuità della sua opera, e la capacità da autentico camaleonte musicale, di riadattare genialmente le sue idee migliori. La cifra del «Diluvio» è infatti «sperimentazione». A parte alcune arie in stile consueto, molto della musica sperimenta e sonda terreni nuovi, quelli che arriveranno negli anni ‘30 e addirittura nelle opere dei primi anni ’40.

La regia dei Masbedo

Sperimentale, assolutamente, è stata anche la scelta della regia Masbedo: una studiata e industriosa lettura in chiave video e immagini, che scorrono praticamente senza soluzione di continuità durante tutta l’opera, accolte entro un maxi- maxischermo che invade tutta la scena: immagini forti, a volte inquietanti, impressionanti quando non raccapriccianti, passando per cataclismi naturali e artificiali, a nature morte di un banchetto infinito, tra pietanze, frutta, verdura, animali, pesci.

Il messaggio, chiaro e forte, era un monito verso una vita di piacere immanente e incapace di guardare al futuro - quella impersonata da Cadmo, l’antagonista di Noè, che non crede agli avvertimenti del patriarca. Ma era anche un allarme con i segnali che la natura ci sta dando, con le devastazioni causate dalla mano dell’uomo, in altro modo incapace di preservare l’ambiente che lo ospita.

Una proposta suggestiva, al pari di quella di imbandire un banchetto lussureggiante su un lungo tavolo di metallo per quasi tutto il tempo dell’opera. Sconta, a nostro avviso, il rischio di una sovrapposizione tra i due codici: quello del teatro e quello visivo. L’azione del coro e dei solisti, infatti, prevalentemente statici, in linea con la sacralità del soggetto, spesso resta schiacciata e sovrastata dall’indubbio impatto video-visivo della produzione.

Le contestazioni alla regia

Non sorprende quindi che proprio la regia abbia avuto contestazioni con sonori buu alla fine della rappresentazione, in una platea divisa. Le voci sono ragguardevoli e funzionali alle dinamiche della vicenda. Su tutti metteremmo il tenore Enea Scala, nei panni del «cattivo» Cadmo, con timbro tagliente e squillo aggressivo, perfetto nella sua parte. Agile, elegante e dotata di bella coloritura (tocca un mi bemolle) la Sela di Giuliana Gianfaldoni, di pregevole morbidezza nel fraseggio. Espressiva, di bel colore adatto al suo ruolo di antagonista malvagia, la Ada di Maria Elena Pepi (una voce della Bottega Donizetti) mentre il Noè del basso Nahuel Di Pierro si è mosso con buona verve e dinamica autorevolezza, in linea con la sua parte di protagonista.

Il finale solo strumentale (l’avvento del diluvio) è la sintesi di una natura che si riprende la scena e mette a tacere le voci umane. Una visione moderna, ancora una volta profetica del geniale concittadino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA