Sisana, 40 anni in cattedra: la scommessa è nutrire le giovani generazioni di cultura

Fiera dei Librai. Ex docente e preside, nel suo «L’ultima campanella» riassume le sue esperienze nel mondo della scuola con riflessioni e proposte.

«Sette giugno 2024, ore 13: suona l’ultima campanella della mia vita professionale di docente di liceo. Una vita durata 40 anni esatti. È una data che rimarrà indelebilmente impressa nella mia mente, rappresenta l’ultimo atto ufficiale, alle spalle un ricco bagaglio dei vari contesti frequentati e dei diversi ruoli ricoperti nel tempo, nel complesso e affascinante mondo della scuola; un bilancio ricco, direi ricchissimo di esperienze appaganti e frustranti, costruttive e traballanti, gioiose e tristi, in un percorso via via più tortuoso e per questo sempre più coinvolgente e consapevole». I libri di argomento scolastico (dai malinconici «strafalcionari» di alunni e professori, ai cahiers de doléances sullo stato attuale del sistema dell’istruzione) costituiscono oggigiorno quasi un genere letterario a sé.

Tuttavia, «L’ultima campanella» del bergamasco Lucio Sisana ha una propria originalità: quanto l’autore ha sperimentato nel corso di un quarantennio, come docente liceale di

Lettere, preside di una scuola paritaria e coautore di manuali di Latino, si traduce qui in una serie di riflessioni approfondite, critiche costruttive e proposte, con uno sguardo rivolto al futuro, non semplicemente al passato. Il volume (Lubrina Bramani Editore, con una prefazione del parroco di Colognola don Massimo Maffioletti) sarà presentato oggi - sabato 15 aprile - alle 16.30 alla Fiera dei Librai, nella Sala Galmozzi della Biblioteca Caversazzi, in via Tasso: dialogherà con l’autore Guido Bosticco, docente di Scrittura e di Professioni dell’editoria all’Università di Pavia.

Professor Sisana, nel libro lei accenna a un profondo cambiamento cui è andata incontro, nella considerazione generale, la professione del docente: un ruolo un tempo prestigioso, mentre oggi questo mestiere è sottostimato e oggetto di frequenti contestazioni.

«La perdita di credibilità del ruolo del docente è evidente; a mio avviso, la causa principale è la rottura di un’alleanza educativa fra scuola e famiglia, istituzioni che hanno assunto sempre di più un atteggiamento conflittuale, le cui conseguenze ricadono poi soprattutto sugli studenti. Il docente di una volta era rispettato e stimato a prescindere dal suo reale valore: nessuno osava metterlo in discussione. Oggi l’insegnante, dall’educatore di un nido d’infanzia al professore della secondaria di secondo grado, è chiamato a conquistarsi la stima e il riconoscimento mediante il suo operato professionale, serio e trasparente; nulla è più scontato. La prima bella notizia è che chi riesce a ottenere credibilità e rispetto è realmente riconosciuto come docente, o per meglio dire come “maestro”».

Un termine ancora oggi pregnante?

«Sì, perché nella sua etimologia ha in sé la radice di magis che viene a definire una persona “superiore” per competenza e autorevolezza. La seconda bella notizia è che tale situazione sta eliminando l’arbitrarietà nella didattica, nelle valutazioni, nei giudizi, facendo chiarezza sul fatto che il maestro non è colui che spadroneggia, ma colui che, pur essendo magis, è un “ministro” (qui il rimando è a minus). Il docente è al servizio dei suoi alunni e del loro diritto alla formazione».

Diverse pagine del libro sono dedicate alla scuola come insostituibile luogo di trasmissione della cultura umana da una generazione all’altra. La sensibilità diffusa, anche qui, non è però cambiata? Non prevale oggi un approccio «strumentale» al sapere, inteso come un lasciapassare per l’ingresso nel mondo del lavoro?

«È vero, è cambiata l’idea di scuola e la cultura, alimento fondamentale della vita scolastica insieme alle relazioni tra le persone, non ha più la priorità. L’approccio strumentale al sapere, favorito anche dalle novità introdotte dalle riforme scolastiche, non è di per sé negativo, se visto nell’ottica di un processo che accompagna il discente verso un suo futuro fatto di studi universitari e dell’esercizio di una professione. Va anche ricordato che i dati sulle iscrizioni confermano la tenuta dei licei, percorsi non immediatamente professionalizzanti. Quello che però conta è che lo spazio temporale fra il primo giorno di scuola e il diploma rimanga spazio della cultura e per la cultura: uno spazio ricco e privilegiato che ogni docente è chiamato a riempire di contenuti seri e di proposte di qualità. Voglio dire che se è vero che la scuola è oggi maggiormente proiettata verso il mondo del lavoro, è altrettanto vero che il docente, se lo vuole, ha tempi, strumenti e occasioni per alimentare le menti e i cuori dei suoi studenti con apporti culturali significativi e indelebili. Questa è la scommessa: nutrire le giovani generazioni di cultura, farla rivivere e fargliela gustare nelle modalità che l’organizzazione scolastica oggi offre. Quello che invece va contestato è una concezione aziendalista della scuola: non la proiezione verso il lavoro, ma l’assunzione di criteri di gestione di tipo manageriale in un contesto educativo; uno stridente ossimoro».

Per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado: nel suo volume, lei riflette criticamente sulle numerose metamorfosi a cui è andato incontro nel recente passato l’Esame di Stato, che ora è tornato a chiamarsi «di maturità». Che cosa pensa degli ultimi cambiamenti? Per inciso: ci pare di ricordare che un gruppo di suoi ex alunni affronterà quest’anno l’esame.

«Mi auguro, ma non ne sono sicuro, che i cambiamenti introdotti di volta in volta dai vari ministri non siano dettati da forme di protagonismo, ma da una reale ricerca della modalità migliore per valutare la preparazione delle studentesse e degli studenti. Riguardo alle recenti novità, a parte l’enfasi sul termine “maturità” ribadita dal ministro, non ho visto con favore la riduzione dei membri della commissione, perché due teste in meno che ascoltano, si confrontano e valutano sono una perdita significativa in termini di contributo professionale. Sono d’accordo sulla necessità che il candidato sostenga sia le prove scritte, sia quelle orali, anche se tale imposizione non risolve i motivi che hanno prodotto i “silenzi in segno di protesta” dello scorso anno. Le 4 materie per l’orale fanno pensare a un ritorno al passato, ma prevengono l’imbarazzo che derivava da percorsi interdisciplinari spesso raffazzonati; valuteremo in corso d’opera. Voglio però esprimere ai maturandi l’invito a vivere questa esperienza conclusiva del loro percorso con serenità e con una giusta ambizione, disposti a mettersi alla prova e ad accettare l’esito dell’esame con equilibrio e oggettività. L’esame di maturità è una prova seria e significativa, dal sapore iniziatico: mi auguro che le commissioni sappiano mostrare ai candidati il valore promuovente e costruttivo di tale passaggio di crescita».

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