«Assunzioni precarie, in provincia sono il 74%»

L’ANALISI. Su oltre 125mila, quelle in somministrazione e a tempo determinato sono state più di 93mila.

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Se si conta il numero di assunzioni firmate nel 2025 con contratto a tempo determinato (pari a 59.373) e quelle in somministrazione (ovvero 33.950), la loro somma sarà pari al 74% delle assunzioni totali della Bergamasca (125.551). Il calcolo, che si basa sui dati diffusi dall’Osservatorio del lavoro della Provincia di Bergamo, lo ha fatto la Cisl di Bergamo che denuncia così la precarietà alla base dell’avvio al lavoro sul territorio. La percentuale, inoltre, sale al 79% se al conto si aggiungono anche i contratti di apprendistato, «una formula che dovrebbe portare a una naturale regolarizzazione del rapporto di lavoro e anche a un buon livello di formazione» spiega il sindacato, ma che, proprio nel 2025, ha registrato il terzo saldo negativo in tre anni tra assunzioni, cessazioni e trasformazioni.

«La difficoltà nel reperire personale non dipende solo dalla mancanza di competenze disponibili, ma anche dalla scarsa attrattività complessiva di alcuni lavori, dai salari non sempre competitivi, dalla rigidità dei turni, dalla limitata conciliazione vita-lavoro, e dalla assenza di percorsi di crescita professionale»

«In un territorio che ha costruito la propria forza sulla manifattura, sulla continuità e sulla qualità del lavoro questi segnali meritano attenzione - commenta Luca Nieri, segretario provinciale della Cisl -. La difficoltà nel reperire personale non dipende solo dalla mancanza di competenze disponibili, ma anche dalla scarsa attrattività complessiva di alcuni lavori, dai salari non sempre competitivi, dalla rigidità dei turni, dalla limitata conciliazione vita-lavoro, e dalla assenza di percorsi di crescita professionale».

Nel 2024 le percentuali erano simili: il 72% dei nuovi ingressi lavorativi era precario (il 78% se si contano anche i contratti di apprendistato), a fronte però di un numero maggiore di assunzioni (128.651). In termini assoluti, spiega il sindacato, il trend degli avviamenti precari negli ultimi due anni ha iniziato a dare segni di flessione: erano più di 110mila nel 2022, sono scesi a 99.960 nel 2025, ma questo non è corrisposto a una crescita dei contratti a tempo indeterminato che pesavano per 29.604 unità fra le nuove assunzioni del 2022 e sono stati 25.591 nel 2025.

Nell’analisi della Cisl entra anche il dato sulle dimissioni volontarie (39.463 nel 2025) tra cui quelle nel periodo di prova (2.824 su 25.591 contratti a tempo indeterminato), oltre il 10%. Numeri che per Nieri indicano, da una parte, come «il tempo determinato diventa un test reciproco: il lavoratore prova il lavoro, e se non lo convince, non resta», dall’altra la scelta di un lavoratore di non proseguire è «un indicatore diretto della scarsa attrattività di alcune mansioni, condizioni o contesti organizzativi».

L’analisi del segretario provinciale prova, partendo da questi numeri, a tracciare un’immagine più aderente alla realtà, all’interno di un mercato del lavoro che vanta, è il caso di dire, una percentuale di disoccupazione pari all’1,3%: «La qualità del lavoro è percepita come insufficiente: salari non competitivi, turni pesanti, scarsa conciliazione, mansioni poco attrattive, nessuna crescita professionale. Donne e giovani restano sotto-utilizzati per carenza di servizi e rigidità organizzative. Alcuni settori come l’edilizia crescono, altri soffrono (automotive, tessile, chimico). Il risultato è un mercato che occupa ma non convince: si entra, ma si esce rapidamente».

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