Conte, fuga in avanti sull’addio al «woke»
ITALIA. Giuseppe Conte ha imparato in fretta una legge importante della politica: essere veloci nell’occupare spazi ed essere i primi a «dettare l’agenda» ad alleati e avversari.
Lettura 2 min.Ora che è in piena corsa per vincere le primarie del Campo Largo e riproporsi come candidato premier nella legislatura dell’(eventuale) post Meloni, questa rapidità di reazione viene estremamente utile al capo del M5S. Lo ha dimostrato ancora una volta il 21 agosto con la lettera a «La Repubblica» sulla cosiddetta «cultura woke», ossia l’estremizzazione del politicamente corretto che ha pervaso larghi strati della sinistra mondiale allontanandoli dal sentire comune e dai problemi concreti dei ceti medi e disagiati. Non appena uno dei rappresentanti della cultura woke, la deputata democratica americana Alexandra Ocasio Cortez, ha proclamato, con una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo, che il tempo della «religione» del politicamente corretto ormai va messa alle nostre spalle, in Italia Conte ha colto la palla al balzo e ha dettato linea alla sinistra italiana.
Manifesto per il Campo Largo
Se si legge quel lungo testo contiano inviato non a caso a «La Repubblica», ci si renderà conto che è un autentico manifesto per il Campo Largo del futuro. Mentre le sinistre all’opposizione non hanno ancora deciso nulla su come affrontare le prossime elezioni – non c’è un programma comune, né un percorso di scelta del leader di coalizione, niente – Conte prende l’iniziativa e detta lui le priorità. Primo, il politicamente corretto è stato utile perché ha raddrizzato certe ingiustizie verso le minoranze, ma non basta più in questo mondo post-trumpiano: non basta più parlare di diritti sessuali in discussioni «che lasciano attonite» le persone comuni. Secondo, gli elettori chiedono risposte concrete, sicurezza, salari adeguati, protezione sociale, quindi bisogna tornare all’economia reale che produce ricchezza e limitare la finanziarizzazione che marginalizza il capitale umano. Terzo, i poteri sovranazionali delle Big Tech vanno regolati con un nuovo «costituzionalismo digitale». Quarto, la priorità è la lotta alle disuguaglianze e agli squilibri con un nuovo welfare che dirotti le risorse sui diritti sociali dei lavoratori piuttosto che sugli armamenti. Insomma basta con questa «religione morale autoreferenziale» che ha contagiato la gran parte della sinistra, torniamo ai fondamentali.
La difficoltà di Schlein a replicare
Eccolo qua, il programma del prossimo centrosinistra. Se ora Elli Schlein si muoverà per rispondere, arriverà fatalmente seconda, e apparirà subordinata alla fortissima determinazione con cui Conte è certo di poter tornare a Palazzo Chigi. E non solo: è stata la segretaria del Pd a improntare la sua linea politica sui diritti civili e sessuali delle minoranze, piegando un partito di centrosinistra che non aveva mai sposato in pieno, se non in qualche minoranza, la cultura woke, quella per capirci secondo cui – scrive Conte – «Omero e Cicerone erano dei suprematisti bianchi e la festa del Thanksgiving negli Usa andrebbe abolita». Schlein sarà dunque in difficoltà a rispondere alla requisitoria di Conte perché sarà costretta a mettere insieme la sua stessa identità culturale, politica e personale, con le esigenze di una sinistra che deve confrontarsi con il mondo reale più ampio di una manifestazione del Gay Pride.
Vedremo come a Via del Nazareno reagiranno alla fulminea mossa dell’alleato-avversario, ma dovranno capire in fretta che sono alle prese con un competitor di grande abilità: del resto uno che da signor Nessuno è diventato per due volte presidente del Consiglio di governi sia di sinistra che di destra, e si è impadronito di un partito che non era il suo, è sicuramente un osso duro. Il Pd ha il doppio dei voti del M5S ma deve dimostrare di avere anche una leader all’altezza di quel patrimonio elettorale e politico.
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