Da Mattarella una lezione di educazione civica

ITALIA. L’unico strenuo difensore delle coordinate della convivenza umana e civile senza le quali una società degna di questo nome non potrebbe reggersi.

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Rimandati tutti a settembre, a destra e a sinistra. E in un bel po’ di materie, di quelle pesanti: multilateralismo, Europa, dialettica tra le istituzioni democratiche del Paese, giustizia (fai da te e non), uso strumentale della violenza, libertà di stampa, uso e abuso dell’Intelligenza Artificiale. Se nel Parlamento ci fossero studenti preoccupati del proprio futuro, ce ne sarebbe abbastanza per passare il mese di agosto chini sui libri e provare a recuperare un filo di credibilità, ma siccome il tema all’ordine del giorno non è certo quello, va da sé che la lezione di educazione civica (e di stile) impartita da Sergio Mattarella all’incontro con la Stampa parlamentare non produrrà alcun effetto.

Lo stile di Mattarella

Il Capo dello Stato si muove con passo felpato, ben attento ai pesi e ai contrappesi delle parole che sceglie per richiamare alcuni principi fondamentali della Carta Costituzionale che oggi appaiono sbiaditi nel dibattito politico del Paese, più intento ad una lettura ideologica e demagogica per solleticare la pancia delle opposte fazioni piuttosto che a mettere davvero a fuoco i problemi e le difficoltà. Mattarella se ne guarda bene dall’entrare nello scontro politico che da giorni anima le aule del Parlamento e le piazze italiane, evita con cura di commentare l’operato del governo - «Voi tutti conoscete i limiti doverosi delle mie considerazioni» -, ma traccia con chiarezza il perimetro entro cui deve muoversi l’azione dell’esecutivo, e usa quegli stessi limiti per assicurare l’imparzialità e l’estraneità alla legittima dialettica tra le parti. Non cita alcun soggetto politico, non formula critiche specifiche, ma lascia che chi ha orecchie per intendere, intenda. È lo stile sobrio di Mattarella, garbato nei toni, misurato nelle parole, ma penetrante e incisivo nei concetti e nelle sottolineature, sempre aderenti ai principi costituzionali.

L’Europa in difficoltà

Chi nutre senso di responsabilità - dice Mattarella -, avverte l’esigenza di salvaguardare il sistema multilaterale e di riformarlo per adeguarlo al mondo di oggi. Una riforma necessaria, per la quale da più parti ci si attende che «una spinta protagonista» venga proprio dall’Europa. Oggi però il Vecchio continente è in crisi: da una parte pecca di incisività (anche per aver abbandonato quei progetti volti a garantire maggiore dinamismo), dall’altra non è più in grado di difendere i valori da cui è nata, mentre la strada che propone per la pace (in antitesi alla legge del più forte) resta di dubbia efficacia.

La politica interna

Ma è la vita politica interna al Paese il tema su cui il Capo dello Stato ferma maggiormente la propria riflessione. Si augura che si svolga nel reciproco rispetto, «senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata e controproducente», e che «le tensioni elettorali - ancora, per la verità, piuttosto intempestive - non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini e non inducano ad alterare la realtà delle questioni». La mancata partecipazione al voto è un altro aspetto che lo preoccupa, «un fenomeno che, affrontando il tema elettorale, dovrebbe essere il punto di attenzione principale per tutte le parti politiche, al di sopra di qualsiasi altro aspetto».

E poi una stoccata sul caso Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour in carcere per aver inseguito e ucciso due rapinatori. «In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini - dice Mattarella -, i comportamenti individuali devono rispettare le regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato. Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza, che aggrediscono le libere volontà democratiche del popolo italiano espresse attraverso le istituzioni previste dalla Costituzione. Una sorta di fai da te, di liberi tutti rispetto all’azione dei poteri pubblici, cioè comuni».

Sui i gravissimi episodi registrati in Val di Susa commenta: «Quanto avvenuto è inammissibile: sono chiamate in causa le basi stesse della convivenza democratica e non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi. La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica». Ecco perché nel discorso del Capo dello Stato alla cerimonia del Ventaglio si può leggere in filigrana il pensiero di uno dei padri dell’Italia repubblicana, quel Piero Calamandrei che parlando agli studenti di Milano il 26 gennaio del 1955 ebbe a dire che «dietro ogni articolo della Costituzione stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov’è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, lì è nata la nostra Costituzione». A un lettore attento non può sfuggire che quel che disse Calamandrei in quella fredda mattina di gennaio è l’architrave nascosta del discorso di Mattarella. Le regole che oggi sono al fondo della nostra democrazia, il rispetto delle istituzioni, il rifiuto della violenza, la libertà di informazione non sono un banale insieme di norme scritto su un semplice foglio di carta, ma il risultato finale di conquiste nate da una storia di sacrifici e di martirio per liberare il Paese da una feroce dittatura.

Il fatto che Mattarella abbia insistito sulla necessità di continuare a garantire la libertà di informazione non è per nulla banale, perché la libertà di informazione non è un dato acquisito, ma un diritto che vive solo se le istituzioni, i cittadini, i giornalisti lo esercitano e lo proteggono ogni giorno. Mattarella non ha parlato apertamente di censura, ma ha sottolineato che le libertà possono essere erose gradualmente, con l’arma della pressione, dell’intimidazione, del discredito, con l’uso dell’IA («l’informazione non è la caricatura della pecora Dolly») o impoverendo il pluralismo. «Anche da una informazione libera, indipendente, approfondita, dipendono convinzioni e valori delle persone, l’esplicarsi della vita quotidiana. Ne dipende un valore prezioso che si chiama libertà» ha concluso Mattarella. Quella libertà - concluse Calamandrei quel giorno - che «è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare».

Piaccia o no, Sergio Mattarella resta l’unico punto fermo che abbiamo in questa povera Italia, l’unico strenuo difensore delle coordinate della convivenza umana e civile senza le quali una società degna di questo nome non potrebbe reggersi.

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