Europa, l’Islanda dice no
MONDO. Più dell’Europa poté il merluzzo. In Islanda il 52,8% degli elettori ha detto no alla ripresa dei negoziati per entrare nell’Unione europea. Non era ancora un voto sull’adesione, ma solo sulla possibilità di tornare a discuterne. È bastato: gli islandesi hanno preferito non aprire quella porta. Il dato è politicamente tutt’altro che marginale.
Lettura 2 min.Non è la rivolta di una periferia impoverita contro Bruxelles, ma la diffidenza di una piccola nazione prospera che guarda l’Europa e si chiede: che cosa dovremmo cedere in cambio? La risposta passa (in parte) dal mare. La pesca conserva un peso materiale e simbolico enorme: nel 2025 i prodotti ittici rappresentavano quasi il 39% delle esportazioni di beni. Merluzzi e aringhe non sono semplicemente merci: sono pezzi della sovranità nazionale. Gli islandesi lo hanno imparato combattendo. Tra gli anni Cinquanta e Settanta affrontarono il Regno Unito nelle Guerre del merluzzo, fino a imporre l’estensione della propria zona economica esclusiva a 200 miglia. Per un Paese indipendente solo dal 1944, il controllo delle acque divenne la prova che una piccola nazione poteva decidere del proprio destino.
Al centro la pesca
Era inevitabile che qui si concentrassero i timori verso Bruxelles. La politica comune della pesca significa regole condivise, quote e compromessi. Parole ragionevoli forse nell’eurocrazia, ma che a Reykjavik possono tradursi così: lasciare ad altri parte del potere di decidere chi pesca, quanto e dove. Eppure le ragioni del sì erano solide. L’Islanda ha inflazione e tassi elevati: l’euro offrirebbe una protezione che la corona non può garantire. L’Isola dei ghiacciai e dei geyser è nella Nato ma non ha un esercito: per 400mila abitanti la sovranità assoluta è in buona parte una felice illusione. Tra l’altro Donald Trump l’ha confusa pubblicamente con la Groenlandia e il lapsus dovrebbe dare da pensare sulle mire degli Usa.
Reykjavik e la sua area urbana hanno scelto l’Europa; le periferie l’indipendenza
Il voto è stato polarizzato. Reykjavik e la sua area urbana hanno scelto l’Europa; le periferie l’indipendenza. Una frattura geografica che ricorda la Brexit: città cosmopolite, province più gelose delle proprie identità e risorse. Sarebbe troppo facile liquidare questi ultimi come nostalgici. La domanda è legittima: perché un popolo dovrebbe trasferire un’altra quota della propria sovranità a Bruxelles? E qui comincia il problema dell’Unione di Bruxelles.
Da anni l’Europa sembra convinta che la propria necessità sia evidente. Pace, mercato unico, euro, libera circolazione: conquiste immense. Ma non bastano più quando l’Unione viene percepita come una macchina che uniforma prima di proteggere, regolamenta prima di convincere, chiede sovranità agli Stati senza offrire una sovranità europea altrettanto forte. Il paradosso islandese è tutto qui. In un mondo dominato da potenze continentali, l’Islanda avrebbe probabilmente più forza dentro l’Europa che fuori. Eppure la maggioranza dei suoi cittadini, soprattutto i giovani, non lo percepisce così. Perché ha paura di impoverirsi.
La domanda è legittima: perché un popolo dovrebbe trasferire un’altra quota della propria sovranità a Bruxelles? E qui comincia il problema dell’Unione di Bruxelles
Se ha vinto il no non è soltanto colpa dell’orgoglio nazionale o del merluzzo. È anche colpa di un’Unione che continua ad avere troppo poco appeal presso gli stessi popoli europei e parla più di integrazione che di protezione delle diversità nazionali. Le due cose vanno di pari passo. Dovrebbe dimostrare di poter diventare più forte senza rendere più deboli gli Stati.
E così mentre Albania, Montenegro, Ucraina e Moldova bussano alla porta dell’Unione, l’Islanda - ricca, democratica, già nello Spazio economico europeo e più vicina agli standard Ue di quasi tutti i candidati - ha scelto di non bussare affatto. Finché Bruxelles non risolverà questa contraddizione, nella battaglia fra la bandiera blu con le stelle e le antiche sovranità nazionali potrà ancora accadere che vinca un pesce.
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