Gli Houthi e il mancato intervento di Trump

MONDO. Dopo dodici anni di guerra, per lunghi tratti condotta senza quartiere, con i sauditi e i loro alleati pronti anche a bombardare scuole e ospedali, gli Houthi oggi controllano più del 40% dello Yemen, un’area dove vive tra il 70 e l’80% della popolazione.

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Qualche anno fa Abdullah al Houthi, con i fratelli Yahia e Abdul-Karim leader del movimento yemenita che porta il nome della loro famiglia, scrisse una lettera aperta a Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, che diceva: «Quando il mare è con te, la terra è con te, il petrolio è con te, i soldi sono con te, i mercenari sono con te, gli Stati Uniti, Israele, il Regno Unito, la Francia e l’alleanza dei Paesi arabi sono con te, ma non vinci, sii certo: Dio non è con te...!». Alla luce degli attuali eventi, quasi una profezia.

C’è un fatto curioso: nei Paesi occidentali gli Houthi continuano a essere chiamati «i ribelli», quando è chiaro che il cuore dello Yemen è sotto il loro controllo e che i loro avversari sarebbero già stati spazzati via senza l’appoggio che ricevono dall’estero

Dopo dodici anni di guerra, per lunghi tratti condotta senza quartiere, con i sauditi e i loro alleati pronti anche a bombardare scuole e ospedali, gli Houthi oggi controllano più del 40% dello Yemen, un’area dove vive tra il 70 e l’80% della popolazione. E soprattutto, con le operazioni militari di queste settimane, si sono insediati lungo la costa che affaccia sullo Stretto di Bab al Mandeb, la via d’acqua gemella allo Stretto di Hormuz minato e minacciato dall’Iran, che degli Houthi è il principale sostenitore.

C’è un fatto curioso: nei Paesi occidentali gli Houthi continuano a essere chiamati «i ribelli», quando è chiaro che il cuore dello Yemen è sotto il loro controllo e che i loro avversari sarebbero già stati spazzati via senza l’appoggio che ricevono dall’estero. Non solo. L’Arabia Saudita, che ha dichiarato loro guerra e dispone di una potenza economica senza pari, oggi subisce un’offensiva simile a quella condotta dall’Ucraina contro la Russia. Le sue raffinerie e i suoi impianti petroliferi sono colpiti con regolarità dagli Houthi, che hanno persino cominciato a produrre in proprio missili e droni. Negli ultimi giorni è andato a fuoco il fondamentale oleodotto East-West, che corre in territorio saudita per 1.200 chilometri. E gli attacchi dallo Yemen, sia contro le petroliere nello Stretto di Bab el Mandeb sia contro gli impianti della terra ferma, hanno fatto sprofondare l’export di petrolio saudita: nei primi 23 giorni di agosto è stato in media di 3,23 milioni di barili al giorno, il valore mensile più basso da inizio secolo. Le conseguenze le verifichiamo ogni giorno quando facciamo il pieno.

Donald Trump ha detto, una volta tanto correttamente, che la responsabilità dell’accaduto ricade sull’Iran. E non v’è dubbio che la svolta negli eventi yemeniti sia una vittoria per il regime di Teheran e per i pasdaran, che da lungo tempo forniscono assistenza agli Houthi. Oggi l’Iran blocca lo Stretto di Hormuz, per le cui acque in tempi normali passava il 20% del petrolio e del gas liquefatto consumato nel mondo. E i suoi proxy Houthi possono bloccare lo Stretto di Bab el Mandeb, via di transito (sempre in tempi normali) del 12% del petrolio e dell’8% del gas liquefatto. È facile calcolare quale potere di interdizione sia oggi a disposizione degli ayatollah e quanto sia aumentato, a dispetto delle guerre condotte dagli Usa, il loro peso geopolitico.

Il sospetto, forte, è che la grottesca condotta della guerra nel Golfo Persico abbia impoverito gli arsenali Usa anche più di quanto si sappia. E soprattutto che alla Casa Bianca la crisi globale di gas e petrolio, con gli Usa che dal 2010 sono il primo produttore di gas e dal 2014 di petrolio al mondo, non dispiaccia più di tanto

E a proposito degli Usa: perché Trump, che non ha esitato ad attaccare il ben più spinoso Iran, adesso tergiversa, racconta che gli Houthi gli hanno chiesto di non colpirli, garantisce che la guerra nello Yemen finirà presto e, in buona sostanza, fa capire di non volersi immischiare? Non sarebbe questo il momento di intervenire per dare sollievo all’economia globale? Il rincaro dell’energia è il primo volano di altre emergenze. Il Bloomberg Agriculture Spot Index, che monitora 10 delle principali materie prime agricole, è salito di oltre il 13,% ad agosto, il maggior incremento mensile dal luglio 2012. Nel frattempo, l’indice mondiale dei prezzi alimentari è salito dell’1,9% ad agosto, raggiungendo il livello più alto dal dicembre 2022.

Il sospetto, forte, è che la grottesca condotta della guerra nel Golfo Persico abbia impoverito gli arsenali Usa anche più di quanto si sappia. E soprattutto che alla Casa Bianca la crisi globale di gas e petrolio, con gli Usa che dal 2010 sono il primo produttore di gas e dal 2014 di petrolio al mondo, non dispiaccia più di tanto. Anzi. Con la crisi del Golfo tutte le major americane del petrolio hanno guadagnato: ExxonMobil è salita in Borsa del 26%, Chevron del 27%, ConocoPhillips del 24%. La stessa crisi che ha tolto dal mercato l’offerta del Qatar, che prima dei droni iraniani copriva il 20% del fabbisogno mondiale di gas liquefatto. Come si sa, Trump non è insensibile alla possibilità di incassare.

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