I popoli e la forza del diritto
MONDO. C’è il monito di Trump e c’è il monito del Comitato norvegese dei Nobel con l’assegnazione del Premio per la pace a Navi Pillay.
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Ieri Washington e Oslo, con decisioni opposte e tremendamente autorevoli, spaventosa la prima e brillante la seconda, hanno inchiodato il mondo intero ad una riflessione cruciale, quella della forza del diritto contro il diritto della forza.
Il presidente americano e il suo Dipartimento della guerra hanno deciso di fucilare in diretta streaming Nodal Hassan, autore della strage di Fort Hood, Texas, quando aprì il fuoco uccidendo 13 persone. L’idea è stata del ministro della guerra Pete Hegseth approvata subito con entusiasmo da Trump, il presidente dei moniti globali in punta di fucile, dall’Iran alla base di Fort Hood, dove il 3 dicembre, in assenza di ricorsi, il Pentagono prevede la fucilazione pubblica, la prima dal 1945.
La barbarità dell’esecuzione in diretta
Non servirà a nulla, monito vuoto di effetto, come la stessa pena di morte che non ha fermato mai assassini e stragi. Ma qui andiamo oltre, perché al Pentagono e alla Casa Bianca hanno deciso di spostare il monito ancora più là, esecuzione in diretta, promozione barbara della potenza dello Stato, che non farà altro che danneggiare ulteriormente il tessuto morale di una nazione già in crisi per via delle scelte, spesso scellerate, di chi la governa.
Il presidente dei Vescovi americani Paul Stagg Coakley teme che l’esecuzione il diretta aggiunga altra «ruggine» sulla «coscienza del suo popolo». C’è una cultura della morte che percorre le latitudini del mondo e un diritto, anzi il primo dei diritti, che si fa evanescente nella cultura politica globale, diritto alla vita, sempre da scegliere e preferire anche nelle circostanze e nei tempi più difficili.
Il diritto alla vita e la giustizia
Il diritto alla vita si basa sempre e in prim’ordine sulla giustizia, che prevede la redenzione, il riscatto, la consapevolezza del male, soprattutto prevede di stare lontano dalla decisione di rendere il male con il male, pena di morte per persone e popoli, esecuzioni e genocidi. Il monito che viene da Oslo va esattamente in questa direzione, Nobel per la pace frutto della giustizia in un tempo in cui la normalità è diventata l’irrazionale, la disumanità, l’ingiustizia, l’irrilevanza della vita a Fort Hood come a Gaza, insomma il male. Chi critica la decisione di Oslo non fa altro che alimentare la «ruggine» sulla coscienza del mondo. La biografia di Navi Pillay è irreprensibile, donna coraggiosa, che arrivò insieme alla Commissione speciale dell’Onu a dichiarare che le autorità israeliane avevano commesso a Gaza atti di genocidio, nonostante il suo Paese, il Sudafrica, avesse ottime e proficue relazioni con Tel Aviv.
La promozione barbara della potenza dello Stato non farà altro che danneggiare ulteriormente il tessuto morale degli Usa peraltro già in crisi
La lealtà verso la realtà dei fatti ha prevalso nella sua coscienza morale. Non così nel presidente americano e nel suo ministro della Guerra, i quali sanno benissimo che quella pubblica esecuzione non porterà nulla di buono e di diverso all’America, monito taroccato dal diritto della forza, da una giustizia che ritiene i colpevoli di delitti rifiuti da bruciare pubblicamente. Non è la giustizia di cui il mondo ha bisogno e non sarà affatto un esempio, anche molti sono pronti ad emularlo e qualcuno già lo fa. A Gaza da tre anni un popolo è fucilato pubblicamente ogni giorno, così in Cisgiordania, così il 7 ottobre un altro popolo per il solo fatto di essere ebreo è finito nel mirino di Hamas con orrende rappresentazioni pubbliche finite in diretta streaming sui social di tutto il mondo.
C’è una sottile linea rossa che tiene insieme e allo stesso tempo contrappone le due decisioni e i protagonisti. Li lega l’idea di giustizia, ancorché antitetica, e li contrappone la visione dell’uomo come rifiuto tossico. L’America di oggi è alla caccia costante di rifiuti con le incursioni contro i migranti e con la dissennata temerarietà globale dello sceriffo del mondo. Ma il mondo e l’umanità, le persone e i popoli sono un bene prezioso che ha bisogno di istituzioni, di regole e di tutele, dove il diritto alla vita sia il primo ad essere riconosciuto e praticato. Chi lo infrange deve essere aiutato a capire il male che ha prodotto, anche in una prigione federale, anche da un Tribunale internazionale.
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