Il Campo Largo sbanda sul dilemma Primarie. Per ora regna l’indecisione

ITALIA. Il senso dello spaesamento che regna a via del Nazareno, sede del Pd, l’ha dato plasticamente un’intervista di Roberto Speranza, ex ministro della Sanità dell’epoca Covid ed ex enfant prodige della sinistra interna. Le primarie? «Meglio non farle – ha consigliato – ci faremmo del male da soli».

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Ma allora, come si fa? Domanda l’intervistatore: «Come candidato premier scegliamo a caso un diciottenne o un vecchio partigiano, così come simboli della sinistra, poi vediamo alle elezioni che succede». Non è stato facile capire se Speranza stesse scherzando o se fosse serio: dall’ufficio stampa Pd ci assicurano però che la proposta è seria. Non per questo è meno strampalata. Ma ha una sua logica.

Al Pd si sono ormai convinti che, se si va alla gara tra Conte e Schlein, vince Conte. Per la ragione che molti piddini voterebbero il capo dei Cinque Stelle ma non viceversa. E questo un po’ per il personaggio incravattato, per il mestiere di professore, per l’eloquio furbo da avvocato, un po’ per l’esperienza di due volte presidente del Consiglio (per governi uno di destra e uno di sinistra, ma pazienza). Senza contare che Conte è caricato come un missile, vuole diventare il candidato di tutta la coalizione, non accetterà mai la vecchia regola che dal Pd, e da ultimo dall’astuto Speranza, timidamente gli ripropongono: vince chi prende più voti alle elezioni vere; e siccome i democratici hanno più o meno il doppio dei voti del M5S, trionferebbe la Schlein. Niente da fare, Giuseppi non cade nella trappola, e nemmeno prende in considerazione l’idea di un «federatore», un uomo super partes che metta tutti d’accordo ed eviti la lotta fratricida tra i due segretari di partito. Si era pensato a Bersani, uomo di esperienza: fu lui che, dato per sicuro vincitore alle elezioni, riuscì appena a «non perderle», non fece il governo e nemmeno riuscì ad eleggere il successore di Napolitano. Ma, a parte Bersani, qualunque nome si sottoponga all’avvocato viene respinto. Ecco perché la bizzarra proposta del diciottenne o dell’ottuagenario «simbolici» fatta da Speranza è apparsa come una mossa più che goffa, sicuramente patetica, e nessuno l’ha presa in considerazione (salvo sui social dove è stata massacrata). Anche perché la discussione di questi giorni è tutta centrata su un tema imposto da Conte con la lettera a «La Repubblica». Basta con la cultura «woke», ha scritto, torniamo ai fondamentali, ai diritti dei lavoratori prima che a quelli dei transgender. La discussione si è incagliata lì, ma Schlein non ha aperto bocca. Anche perché la lettera di Conte era una bomba a doppio scoppio: anticipava e imponeva un argomento ma delegittimava personalmente proprio Elli Schlein, segretaria «woke» per eccellenza, che in quel mondo si trova a casa propria e ne è l’espressione politica.

In sostanza nel Campo Largo a dominare è l’indecisione, una gran fortuna per Giorgia Meloni che ha Vannacci alle calcagna, la benzina che aumenta tutti i giorni, una finanziaria da apparecchiare prima delle prossime elezioni e una legge elettorale che marcia sul ciglio del burrone.

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