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MONDO. Gli storici della boxe ricordano ancora il celeberrimo incontro tra George Foreman e Muhammad Ali (alias Cassius Clay), a Kinshasa nel 1974, quando il favorito Foreman scaricò tutta la sua potenza nelle prime riprese per poi ritrovarsi senza forze e alla mercé di Ali che lo mandò al tappeto, creando per sé un mito ancora oggi inossidabile.
Lettura 2 min.Gli Usa di oggi in Iran sembrano aver commesso lo stesso errore di Foreman: ondate di massicci e poco incisivi bombardamenti non hanno provocato la caduta del regime o la distruzione di gran parte degli arsenali militari persiani, mentre hanno dissanguato la dotazione di armamenti americani, tanto da mettere il presidente americano in posizione difensiva e senza alternative a una soluzione diplomatica. Ma a Teheran si è giunti alla conclusione che il «Memorandum di Intesa» del 17 giugno non era considerato da parte americana un vero strumento coercitivo, piuttosto una manipolazione di Trump per trarre vantaggiosi profitti sui mercati finanziari internazionali.
Da allora il tempo ha giocato a favore dei pasdaran, convinti di avere il coltello dalla parte del manico. Controllano a loro piacimento lo Stretto di Hormuz grazie all’accordo operativo con l’Oman, attivano i loro alleati Houthi contro i sauditi e sono in grado di colpire le infrastrutture essenziali dei vicini Paesi del Golfo. Il regime iraniano ritiene di poter mantenere un lungo braccio di ferro con Washington. Può contare sul sentimento nazionalista interno e mira ad ampie concessioni in termini di riparazioni di guerra, di sblocco dei fondi congelati da decenni e di un margine di manovra per trarre profitto dai transiti delle navi nello Stretto. Il capo della Casa Bianca non nasconde la sua frustrazione scaricando colpe sul ministro della Guerra, Hegseth, su Israele che non rispetta gli accordi per il ritiro delle sue forze dal Libano e chiedendo al Congresso ulteriori 38 miliardi di dollari per ricostituire le scorte di munizioni.
È sempre più evidente lo scarto tra retorica della vittoria e una realtà strategica ben diversa: dalle crescenti difficoltà delle economie americana e europea al contraccolpo della reputazione statunitense nel mondo. La potenza militare Usa ha mostrato limiti inaspettati e non a caso Turchia, Pakistan e Arabia Saudita hanno rapidamente firmato alla Mecca un «Accordo di difesa congiunto» in cui s’impegnano a una difesa collettiva in caso di aggressione a uno di loro. Per Riad, si tratta di una «seconda assicurazione strategica» indipendente da Washington, per tutti il Patto serve a contenere l’Iran e bilanciare Israele. A loro volta i sauditi mettono sul tavolo importanti capacità finanziarie ed energetiche, la Turchia ha dalla sua un apparato militare convenzionale di grande rilievo e una crescente influenza geopolitica nel mondo musulmano, mentre il Pakistan dispone dell’arma nucleare, consolida i rapporti economici con i sauditi e la cooperazione militare con Ankara. La regione mediorientale rimarrà preda di una instabilità pericolosa fino a quando non si metterà fine al conflitto in Iran. Gli Houthi hanno colpito le raffinerie saudite essenziali per la lavorazione del petrolio che proviene dall’oleodotto «Petroline» nel porto di Yanbu da dove circa 5 milioni di barili possono essere destinati all’esportazione. Americani e sauditi hanno colpito le milizie sciite in Iraq, creando una forte reazione nazionalista e provocando un attacco iraniano contro postazioni militari dei curdi, alleati degli americani. Washington ha fatto anche appello alla leadership siriana perché contrasti l’influenza di Hezbollah in Libano, dove gli israeliani continuano una guerra a bassa intensità contro le milizie sciite. In vista delle elezioni di ottobre, le fazioni «messianiche» nel governo israeliano, rappresentate dai ministri Ben Gvir e Smotrich, spingono per un’ulteriore massiccia occupazione di territori palestinesi in Cisgiordania e mostrare all’opinione pubblica che il progetto di un «Grande Israele» è possibile.
L’imprevedibilità ha assunto caratteri inediti e tocca con i suoi riflessi economici altre aree del pianeta. Un esempio è la crisi economico-finanziaria giapponese. La questione energetica, l’aumento dei tassi d’interesse e la pesante svalutazione dello yen hanno costretto Washington (oltre alle autorità giapponesi) a un acquisto massiccio di yen, vendendo euro delle riserve americane. L’aiuto di Washington intendeva evitare che Tokyo vendesse parte dei suoi 1.300 miliardi di titoli del Tesoro americani, facendo salire i rendimenti americani per un debito pubblico dall’enorme bisogno di finanziamento. Dopo un’estate segnata da incendi che hanno mandato in fumo intere foreste, non sarebbe male se anche la geopolitica seguisse il cambio di stagione: Trump, Netanyahu e Putin potrebbero smettere i panni degli incendiari e scoprire che talvolta la Storia riserva un posto anche ai pompieri.
*ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca
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