La faida 5 Stelle e la vera politica

ITALIA. Facile ironizzare sulla battuta di Beppe Grillo a proposito di chi come Giuseppe Conte voleva cambiare la politica e ha finito per esserne cambiato.

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Grillo ha di per sé ragione, perché la sua creatura a 5 Stelle aveva comunque un pur discutibile disegno, quello della decrescita felice, mentre Conte oggi vuol solo vincere le primarie e scalare i vertici dello Stato senza più l’aiutino di Di Maio e Salvini.

Se ci si ferma però al contrappasso, si finisce per accettare l’interpretazione più banale: la politica è brutta e cattiva, e finisce sempre per prevalere. Certo che la politica, in realtà arte nobile per eccellenza, è anche brutta e cattiva, e vale sempre la definizione drastica di un sottile politico come Rino Formica, ma ha le sue regole, e queste sono oggettive, perché frutto della natura umana.

La politica è anche competenza

Guidare una nazione, specie in epoche complesse, non è come guidare una famiglia o un’azienda. Spesso è addirittura il contrario. I fattori che entrano in gioco sono innumerevoli e hanno a che fare con la psicologia delle masse ma anche con le specificità degli individui, con la storia ma anche con la geografia (le emigrazioni sono un’aspirazione di popoli, anche del nostro), e ci sono fattori come la demografia o l’ecologia che richiedono conoscenze scientifiche. Insomma, la politica richiede un tipo di competenza, come diceva Einaudi, diversa dalla competenza anche del migliore insegnante o imprenditore. Non è di sicuro semplificazione, come si usa fare nell’era del populismo attuale. Donald Trump era convinto, oseremmo dire in buona fede se questo non fosse un ossimoro, quando diceva che avrebbe risolto la guerra in Ucraina in poche ore e gli credevano coloro che non vedono la logica delle tante variabili che stanno dentro il concetto di guerra e pace. Cioè di tutto quello che tuttora prolunga una guerra oltre i limiti temporali delle Guerre mondiali del Novecento.

La fine del grillismo

Pretendere di sovvertire le leggi della storia e della politica è insomma un’illusione pericolosa. Non è cinismo rilevarlo, ma un richiamo alla vera politica. Ma allora c’è una riflessione che deve valere ben oltre l’ormai superato grillismo, che è solo il penultimo tentativo di far credere agli elettori che basta presentarsi come diversi e innocenti per cambiare quelle cose che gli oscuri manovratori non vogliono cambiare: «honestà» contro grande complotto.

Pensionato Grillo da un oscuro avvocato pugliese, i pifferai non si sono arresi. Abbiamo avuto la versione Meloni di «è finita la pacchia» (subito sostituita dalla Meloni realistica tutta Europa e accise) ma ora è arrivato il generale Vannacci, in attesa dell’affabulatore Di Battista. Mandando all’aria l’ingegneria di leggi elettorali su misura. Purtroppo, un sistema politico fragile, senza partiti veri, senza formazione di classe dirigente, che sceglie i parlamentari senza preferenze, nell’oscurità di stanze privilegiate, va ancora all’inseguimento delle emozioni.

Nella storia umana l’unica possibilità di successo di un forte cambiamento - in genere però con ricadute disastrose e tragiche - l’hanno avuta coloro che avevano un piano organico, diciamo pure rivoluzionario, ma si trattava di cambiare davvero regimi epocali e il corso della storia, non di catturare voti sull’onda dell’ultimo fatto di cronaca. Bisognava insomma essere Robespierre o Napoleone, Lenin o Mao Tse Tung, che hanno ribaltato popoli e continenti. Nella nostra epoca si diventa leader al 33% sollevando ondate di risate immonde contro un avversario definito psiconano. I nomi citati sono giganti della Storia, ma anche di immani disastri umani. Erano portatori di visioni imperialistiche e assolute, con il comune denominatore della violenza e del disprezzo per la tolleranza e del compromesso come modo di risolvere le differenze (quando il compromesso è diventato «inciucio» sono cominciati i guai dell’Italia di oggi).

Insomma, prendiamo sul serio anche una storia in sé mediocre come quella della lite Grillo-Conte, che era di amore fino a quando il comico veniva pagato 300mila euro. Ma facciamo anche in modo che dei riformatori e degli statisti veri non ci si ricordi solo dopo morti.

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