(Foto di Ansa)
MONDO. La guerra a bassa intensità, o la tregua ad alta intensità distruttiva, tra Stati Uniti e Iran prosegue tetragona a qualunque tentativo di interpretazione. Che cosa si propongano gli Stati Uniti è ormai incomprensibile, come ciò in cui sperano gli iraniani.
Lettura 2 min.L’unica cosa chiara è che sia Washington sia Teheran puntano sui blocchi: gli iraniani tengono sotto controllo lo Stretto di Hormuz, seminano mine e colpiscono le petroliere che tentano di passare; gli americani tengono sotto controllo gli iraniani che tengono sotto controllo Hormuz. Nel frattempo, gli americani bombardano l’Iran (100 obiettivi nell’ultima ondata, compresa la casa dove si svolgeva un matrimonio) e l’Iran bombarda le presenze Usa nella regione: ieri, dicono, hanno colpito il comando americano di Erbil, nel Kurdistan iracheno; l’altroieri le basi Usa in Giordania. E dicono di essere pronti, loro, a lanciare una guerra preventiva: perché lasciare questo privilegio agli americani, annunciano i loro (numerosissimi) dirigenti. Il governatore della Banca centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati, va in tv a smentire «categoricamente» che l’economia del Paese sia al collasso e subito dopo escono i dati: ci vogliono 2,18 milioni di rial per un dollaro. Intanto il greggio è oltre i 93 dollari a barile, il volume delle esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita (3,23 milioni di barili al giorno) è al minimo da inizio secolo, l’esportazione di gas liquefatto dal Qatar è diminuita del 96% ma tutti facciamo finta che non stia succedendo niente.
L’unico modo di trovarvi un senso, forse, è smettere di credere che abbia senso in sé ma che ne trovi uno solo se inserita in un quadro molto più ampio. E cioè, che bloccare l’Iran in un conflitto senza scopo e senza direzione sia solo un tassello di una strategia che comprende anche il Venezuela, la Cina, la Russia
Credevamo che fosse folle l’invasione dell’Ucraina ma questa impresa di Donald Trump è davvero fuori categoria. L’unico modo di trovarvi un senso, forse, è smettere di credere che abbia senso in sé ma che ne trovi uno solo se inserita in un quadro molto più ampio. E cioè, che bloccare l’Iran in un conflitto senza scopo e senza direzione sia solo un tassello di una strategia che comprende anche il Venezuela, la Cina, la Russia. Ovvero il tentativo di «fare l’America di nuovo grande» o, per meglio dire, di bloccarne il declino prima che l’esplosione del debito federale (40mila miliardi, pari a 117.161 dollari per americano, neonati compresi, con 1.000 miliardi l’anno di spese per gli interessi del debito, più di quanto venga stanziato per il Pentagono) si porti via tutte le sue ambizioni.
Il rapimento di Nicolas Maduro e la trasformazione del Venezuela in una colonia economica degli Usa sta portando i primi frutti, con quello che la presidente Delcy Rodriguez definisce «accordo» e che mette a disposizione degli Usa un quinto delle enormi riserve petrolifere del Paese latinoamericano. Trump annuncia il calo del prezzo dei carburanti negli Usa ma è la solita trumpata. Molto più realisticamente, il vice J.D. Vance dice: «Più petrolio sul mercato globale è buono, più petrolio sotto il controllo americano è ancora meglio». Se poi, come prevedono molti, il Venezuela dovesse uscire dall’Opec, la mano americana sul mercato del petrolio si farebbe ancora più pesante.
È chiaro che la strategia Usa tiene in scarsissimo conto le esigenze o le aspettative dell’Europa e di gran parte dell’Asia, con la sola eccezione del gigante India, che continua a proteggere la propria indipendenza
Mettendo sotto tutela il Venezuela e colpendo l’Iran, Trump minaccia il sistema di alleanze (non solo militare ma anche economico ed energetico) della Russia e soprattutto della Cina. Alla vigilia del viaggio di Xi Jinping a Washington, il mondo si spacca in modo assai visibile. A Bishek (Kirghizistan) la Cina si staglia come potenza dominante nel summit dello Sco (Shanghai cooperation organization), pronta a stendere una sorta di ala protettiva su Paesi come Russia e Iran messi all’indice dall’Occidente, mentre al G20 negli Usa si ritrova sotto accusa per le «politiche e pratiche non di mercato che aggravano gli squilibri» e blocca il pronunciamento degli altri 19 Paesi sullo Stretto di Hormuz. Ovvero, respinge al mittente i tentativi di minare la sua sicurezza energetica per interposti Iran e Russia.
È chiaro che la strategia Usa tiene in scarsissimo conto le esigenze o le aspettative dell’Europa e di gran parte dell’Asia, con la sola eccezione del gigante India, che continua a proteggere la propria indipendenza. Intanto, dalle nostre parti sale la tensione con la Russia e, manco a farlo apposta, il Pentagono studia le diverse possibilità per ridurre le truppe Usa in Europa. E il problema sarebbe l’Iran?
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