(Foto di Bedolis)
ITALIA. La verità l’ha detta qualche giorno fa il sindaco di Calusco d’Adda, Michele Pellegrini, commentando l’ennesimo ritardo di un progetto dall’urgenza drammatica che però langue ancora sulla carta.
Lettura 2 min.Anzi, pure prima, nella mente degli aspiranti progettisti del nuovo ponte sull’Adda. «Io non riesco a capire perché non si riesce mai a rispettare i cronoprogrammi» ha detto, e la questione vale pari pari per i cantieri che Rfi ha aperto in città e che non si stanno avviando ad alcuna chiusura. In sintesi, mutuando uno slogan applicato più e più volte a Trenord, sono in puntuale ritardo.
Sia quello del raddoppio Bergamo-Ponte San Pietro (che come arcinoto termina poco dopo Curno) che il collegamento con l’aeroporto di Orio al Serio. Non è una sorpresa, purtroppo, l’avevamo documentato ampiamente su queste pagine non più tardi di due settimane fa, lanciando l’allarme per il poco personale nei cantieri e un avanzamento meno che minimo.
Inutile nascondersi dietro un dito: la situazione è disastrosa e le prospettive se possibile ancora peggiori. Fermo restando che l’utilità delle due opere non è in discussione (ci mancherebbe pure questa...), il punto ora è portarle a termine cercando di non perdere troppo tempo, assodato che comunque se ne perderà inevitabilmente ancora, qualunque procedura si decida di seguire una volta arrivato il parere del Collegio consultivo tecnico che molto probabilmente si pronuncerà per la risoluzione del contratto. Purtroppo, e chi ha un minimo di competenza nel settore lo sa, la grande abbuffata del Pnrr ha portato come conseguenza anche l’assegnazione di opere a imprese quotate ma che alla prova dei fatti non si sono dimostrate capaci di fare fronte a più (e ai tanti) cantieri importanti in contemporanea. E non è un problema di mera latitudine, ma di pura struttura aziendale.
Ma nel caso bergamasco va soprattutto sottolineata una certa latenza, diciamo così, della stazione appaltante che nonostante i ripetuti allarmi e solleciti degli enti del territorio non ha mai dato l’impressione di avere in mano la situazione. A meno che non ci si accontenti delle (sentite, per carità, ma ce ne facciamo poco...) scuse di Aldo Isi, a.d. di Rfi, lo scorso giugno all’annuncio dell’anno di ritardo: sono bastati tre mesi per scoprire il bluff. Abbastanza incredibile e preoccupante che nessuno in Rfi si sia reso davvero conto della gravità della situazione di quei cantieri e che l’impresa (unica per entrambi) non offrisse più garanzie di affidabilità.
E qualcuno dalle parti delle Ferrovie dovrebbe spiegare come sia stato possibile, quanto meno per rispetto a una città che da anni è ferma in coda e ha dovuto pure assistere a solenni tagli di nastro di cantieri con sfilate di grisaglie ministeriali e parlamentari. Ecco, in un mondo ideale ci sarebbero anche delle responsabilità di natura politica per questo pasticcio (gli ambitissimi vertici della multiforme galassia delle Ferrovie e le varie posizioni apicali non si nominano per autocombustione e i ministeri competenti in questo caso sono guidati da esponenti della Lega...), in quello reale ora come ora ci accontenteremmo che la situazione venga finalmente affrontata in modo serio e responsabile, in primis da chi ha il dovere di sorvegliare sulla sua corretta realizzazione. Lo ripetiamo, do-ve-re.
Venerdì si proverà a fare quadrato a livello territoriale per evitare di perdere più tempo del necessario, fermo restando che il traguardo si allontana in maniera inevitabile, che a fine 2027 non sarà pronto niente e che Bergamo continuerà a rimanere ostaggio dei cantieri di Rfi. Che servono, sia ben chiaro, e chi si lamenta per la loro presenza molto probabilmente avrebbe parlato di una città immobile nel caso di una loro assenza: ci teniamo questo dubbio. Ma è davvero un dettaglio di fronte alla sola certezza di questa triste vicenda nel profondo e produttivo Nord, in quella Lombardia che adora definirsi la locomotiva del Paese: sì, c’è una sola cosa che è sicuramente mancata, il senso di responsabilità. E tanto è bastato per finire fuori dai binari.
© RIPRODUZIONE RISERVATA