Lo strabismo italiano sui debiti

I CONTI CON L’UE. Vista da Bruxelles l’Italia è sempre la stessa. Cambiano i governi ma non la postura. Era Renzi quello che nel 2016 faceva le pulci al 3% di deficit con lo zero virgola. Sono passati dieci anni e Giorgia Meloni invoca flessibilità.

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Chiede di avere più spazio di manovra sui conti, soprattutto in quelli energetici. Dalla Commissione rispondono che l’Italia ha già avuto agevolazioni per le spese della difesa e quelle energetiche. Al che dai banchi della Camera Claudio Borghi della Lega dice, rivolto al governo, quello che molti pensano: fregatevene dei vincoli sottoscritti e avanti con flat tax e pensione a 64 anni. Certo l’inflazione pesa anche sui conti dello Stato e il caro benzina è difficilmente sostenibile dalle imprese oltre che dai cittadini. Come procurarsi allora le risorse necessarie per tappare i buchi? Da Roma la proposta è sempre la stessa: maggior debito. Con questa differenza: chi emette titoli non è lo Stato italiano ma l’Unione Europea. I titoli emessi da Bruxelles godono di un rating vantaggioso per il semplice motivo che sono garantiti da Stati con solide finanze come la Germania, l’Olanda e i Paesi dell’Est che hanno un’esposizione debitoria bassa. Dalla crisi del 2008, seguita da quella del debito sovrano tre anni dopo, l’Italia è l’unico Stato che è sfuggito dalle grinfie della Troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Commissione Europea).

Nel 2011 il governo Monti interviene con misure draconiane dettate dall’emergenza finanziaria. Scampato il pericolo le forze politiche ritornano al cammino usato, sfiduciano l’esecutivo e rimandano le riforme necessarie per liberalizzare i mercati interni, vedi balneari, tassisti, avvocati, notai ecc. e quelle strutturali. La Grecia minacciata dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble con l’estromissione dall’Ue accetta le misure draconiane, soffre ma si risolleva. Adesso Atene conta un debito al 136% del pil a fronte del 183 % precedente, ha una disoccupazione ancora al 7,9% ma partiva dal 27 % e soprattutto vanta una crescita all’1,8%. Gli stessi progressi li hanno Portogallo, Spagna, Irlanda che hanno subìto la scure della Troika o come la Spagna del Meccanismo Europeo di Stabilità. Paesi dove il caro energia si sente di meno perché si è provveduto alla diversificazione e soprattutto si sono incentivate le rinnovabili.

Adesso Atene conta un debito al 136% del pil a fronte del 183 % precedente, ha una disoccupazione ancora al 7,9% ma partiva dal 27 % e soprattutto vanta una crescita all’1,8%. Gli stessi progressi li hanno Portogallo, Spagna, Irlanda che hanno subìto la scure della Troika o come la Spagna del Meccanismo Europeo di Stabilità

Adesso mettiamoci nei panni del contribuente tedesco o europeo che sente Meloni chiedere di non tagliare i fondi europei per agricoltura e coesione, due punti vitali per l’Italia, ma al tempo stesso invoca sicurezza e difesa, competitività, connettività, sicurezza energetica e resilienza. Con che soldi? Con gli strumenti europei di debito mirati e limitati. Una forma elegante per dire più debito sulle spalle dei contribuenti europei. Quelli stessi che a Berlino, Amsterdam, Copenhagen e nelle altre capitali del Nord Europa leggono che l’Italia ha il record di evasione fiscale in tutto il continente, che la media contributiva di un gioielliere equivale a quella di un insegnante, che il 30% dei contribuenti italiani paga anche per il 70% ovvero per coloro che hanno redditi al di sotto della soglia di tassabilità o godono di detrazioni e sconti vari e che il sommerso è a quota 197,6 miliardi e costa 3.350 euro a ogni italiano. Ecco: fossimo noi a giudicare tale miseria contributiva, saremmo disposti a concedere debito?

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