Pd e Lega alla ricerca di nuovi equilibri
ITALIA. La campagna elettorale è ormai scattata, tutti i partiti pensano alle urne e calibrano le loro prese di posizione in base a quello che potrà accadere.
Lettura 2 min.Ma ci sono due partiti che in questo momento hanno più urgenza di altri di trovare un equilibrio interno che non li penalizzi nelle urne: sono il Partito Democratico e la Lega. Nel Partito Democratico, la leadership di Elly Schlein continua a muoversi lungo una linea orientata a una netta caratterizzazione identitaria di sinistra radicale, focalizzata sui diritti civili, sul contrasto alle disuguaglianze e sul dialogo con le forze progressiste e movimentiste, soprattutto il M5S di Giuseppe Conte e la Cgil di Maurizio Landini. Questa impostazione ha però ridotto gli spazi di manovra dell’area riformista e cattolico-democratica del partito, che lamenta uno snaturamento della vocazione originaria del Pd.
L’addio di Pina Picierno
Le tensioni accumulate si stanno traducendo in uscite eccellenti: l’addio di Pina Picierno, rappresenta solo l’ultimo (o il penultimo?) capitolo di una serie di defezioni. La scelta della vicepresidente del Parlamento europeo di abbandonare il Nazareno (che viene dopo le defezioni di Marianna Madia, Elisabetta Gualmini, Enrico Borghi e prima ancora Carlo Cottarelli, Andrea Marcucci e Beppe Fioroni) è stata motivata con il rifiuto di ambiguità in politica estera, soprattutto sul tema Ucraina, e di una subordinazione verso Giuseppe Conte che pure guida un partito che ha meno della metà dei voti del Pd. Peraltro lo stesso Conte non condivide l’ultima proposta di Schlein, quella di una tassa patrimoniale che da una parte l’avvicina a Landini e Fratoianni ma che dall’altra l’allontana dalle grandi organizzazioni datoriali cui pure propone (è successo ieri all’assemblea dei giovani di Confindustria) un improbabile patto per la crescita economica.
Salvini e Vannacci in concorrenza
Simmetricamente, la Lega di Matteo Salvini attraversa una crisi di posizionamento determinata dalla concorrenza a destra di Roberto Vannacci. La scelta originaria di candidare il generale si è trasformata in un boomerang strategico: dopo la sua successiva fuoriuscita dal partito per fondare il movimento «Futuro Nazionale», Vannacci ha continuato ad esercitare una forte attrazione su una fetta significativa dell’elettorato e della base leghista più radicale, erodendo consensi e quadri dirigenti al Carroccio. Questa competizione sul terreno del sovranismo e della lotta all’immigrazione irregolare (con l’idea della «remigrazione» mutuata dai neo-nazisti tedeschi dell’AfD) ha riacutizzato la storica frattura interna tra la linea identitaria nazionale di Salvini e l’anima federalista e pragmatica del Nord. Di fronte al rischio di uno sfaldamento e alla necessità di blindare le roccaforti storiche, il partito adesso si affida alla figura e al carisma di Luca Zaia. L’ex governatore del Veneto rappresenta il punto di riferimento di un modello di buon governo territoriale ed economico, distante dalle retoriche radicali. La figura di Zaia si rivela così indispensabile per arginare le perdite nelle regioni settentrionali e rassicurare il mondo produttivo, pur evidenziando la coesistenza, non priva di attriti, tra due visioni diverse sul futuro della Lega.
Sia per il Pd che per la Lega, le attuali dinamiche interne confermano come la ricerca di una forte identità dei leader possa generare frizioni con le componenti storiche e territoriali, costringendo i partiti a complessi bilanciamenti per mantenere la propria centralità nel sistema politico. Tutti questi sommovimenti pre-elettorali all’interno della maggioranza e della opposizione finiscono per avere una conseguenza non voluta: rafforzano la leadership di Giorgia Meloni sia rispetto ai suoi alleati sia verso gli avversari della sinistra.
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