Per l’Atalanta una storia nuova
ITALIA. In fondo, si è cambiato di più negli anni in cui si poteva cambiare di meno.
Lettura 2 min.L’Atalanta che torna in campo stasera, nelle attese, avrebbe dovuto avere un volto tutto nuovo, nei metodi e nelle persone. Ma i piani sono cambiati in corso d’opera e stasera vedremo metodi nuovi, certo, ma i giocatori di fatto sono quasi tutti i «reduci» dell’anno passato. I piani sono cambiati soprattutto per la mancata cessione di Ederson.
E la piazza non nasconde la sua agitazione per un mercato molto più contenuto del prevedibile. Ma non si può che aver fiducia nelle persone che la proprietà ha scelto per voltare pagina in maniera definitiva dopo l’anno di «transizione» costato due allenatori passati e caduti sull’altare del «dopo Gasp». Anche perché non sono persone propriamente di primo pelo, esordienti sul campo. Vedremo quasi la stessa Atalanta della scorsa stagione fare cose radicalmente diverse. Sarebbe stato più rassicurante vedere un’Atalanta totalmente diversa fare cose totalmente nuove? Chi lo sa. L’amalgama, diceva quello, al calciomercato non la vendono.
Una gara che conta già tantissimo
Fiducia, quindi, certamente. Ma anche quel pizzico di apprensione per una partita post ferragostana che conta già tantissimo. Certo, non è dentro e fuori, eventualmente c’è il ritorno sul campo neutro ungherese, prima nota già stonata dell’anno: il mondo coi suoi fattacci entra sul terreno verde e ne altera le dinamiche. Reduci dal Mondiale che abbiamo visto, non ci stupiamo più di niente. Anche se lì erano giochi di potere tra capi di Stato esondanti e ciambellani ossequiosi, mentre qui siamo nel campo delle guerre vere, quelle con i morti. Che vuoi che sia una partita di calcio che cambia sede. Poco o niente, ma pur sempre una competizione che non si svolge come dovrebbe. Gli ucraini, per dire, non sanno nemmeno più cosa significhi giocare in casa.
La partita conta tantissimo perché l’Atalanta non può non avere un lungo - lunghissimo - cammino in Conference tra gli obiettivi della sua stagione. È sulla vetta delle teste di serie, ha in bacheca una recentissima Europa League, si è sempre fatta onore in Champions League. È attualmente 21ª nel ranking Uefa, forse non il più attendibile ma certamente quello ufficiale.
Ma l’Atalanta - qui entriamo nel collo dell’imbuto - arriva a questa partita delicatissima trovandosi alle primissime righe di questa storia nuova, dopo un decennio passato suonando la stessa musica, seguendo uno spartito che via via si è fatto stanco. L’Hapoel di fatto ha niente da perdere, l’Atalanta quasi tutto, pur sapendo che in Ungheria, con una settimana in più di lavoro e di mezzo l’esordio di campionato con il Sassuolo, potrà eventualmente riparare un inciampo iniziale. Ma non contiamo che occorra.
Finora la squadra ha mostrato cose buone e inciampi che sono la fiera dell’ovvio. Pazienza è la parola d’ordine. Ma si sa: le amichevoli servono, ma non contano. Perché poi è la motivazione che fa correre testa e gambe, è il peso del risultato che fa da carburante a tutto quel che serve. Per cui sì, quel che al momento c’è della vera Atalanta lo vedremo da stasera. Poi, quel che succederà sul mercato nell’ultimo scampolo di trattative, lo vedremo. Ma non si può prescindere dalla fiducia in chi questo rilancio l’ha deciso scegliendo questi uomini, e di conseguenza dalla fiducia in questi uomini: la proprietà Percassi-Pagliuca, Sarri e Giuntoli, e i vari volti che hanno cambiato l’organigramma.
Abbiamo davanti, nella migliore delle ipotesi (quella che porta alla finale di Conference in Turchia, il 2 giugno) una stagione lunga 286 giorni. La racconteremo come facciamo dal 17 ottobre 1907, quando l’Atalanta «nacque» su queste colonne. Nel frattempo, buona corsa a questa indomita ragazza che ci regala passione da 119 anni.
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