Poli a pezzi verso il voto: occasione per il centro

ITALIA. L’atmosfera che si respira nei corridoi dei palazzi romani non è propriamente quella dell’auspicata ricomposizione unitaria dei due poli.

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Il combinato disposto dell’avvio precoce di una campagna elettorale e l’ombra di una nuova riforma elettorale sta funzionando come reagente chimico su un sistema politico già fragile. Invece di una convergenza programmatica, si registra il fenomeno opposto: la frammentazione interna. Nei due schieramenti principali, le distanze tra i partner non si accorciano, si dilatano. A destra, la competizione per l’egemonia identitaria spinge i leader a marcare differenze tattiche su ogni dossier. Non solo si moltiplicano i distinguo tra Forza Italia e Lega. Si è consumata anche la scissione di Futuro nazionale del generale Vannacci, che minaccia di compromettere la riuscita della coalizione alle prossime elezioni politiche del 2027.

A sinistra, il faticoso cantiere di un’alternativa si scontra con veti incrociati e personalismi mai sopiti. Non solo resta viva la rivalità di Schlein e Conte sulla candidatura a premier, ma si cominciano ad accusare anche una serie di uscite eccellenti: dopo l’ex segretaria della Cisl Annamaria Furlan, l’ex ministro Marianna Madia, l’ex vicepresidente dell’Emilia-Romagna Elisabetta Gualmini, ora è la volta della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno.

In discussione il modello bipolare

Il risultato è che viene messo in discussione il modello bipolare, proprio mentre si cerca di normarlo. La logica della coalizione è minata dalla logica dei distinguo. Si rischia il cortocircuito: si corre insieme per vincere, ma si parla linguaggi diversi per non scomparire, aumentando nell’elettorato il disorientamento e la spinta all’astensionismo.

Le proiezioni delineano uno scenario post-elettorale inquietante per i fautori della stabilità: un pareggio sostanziale o una vittoria «mutilata». In questo scenario, la tenuta delle coalizioni sarebbe messa seriamente in pericolo. Se i poli non tengono, la forza d’inerzia del sistema spingerà verso una ricomposizione centripeta. È qui che si riaffaccia l’ipotesi di una grande «concentrazione al centro», una manovra di salvataggio istituzionale che vedrebbe le forze moderate dei due schieramenti attrarsi per necessità di sopravvivenza.

Un centro moderato e pragmatico

Se questo schema dovesse realizzarsi, assisteremmo a una sorta di restaurazione della Prima Repubblica. Un sistema in cui il perno del comando torna saldamente nelle mani del centro moderato, pragmatico e governista, capace di dialogare con le cancellerie europee e i mercati. Le ali estreme verrebbero fatalmente isolate, con la marginalizzazione di quelle forze che hanno fatto del radicalismo il proprio marchio di fabbrica. La destra identitaria e sovranista più pura di Futuro nazionale sarebbe destinata ad assumere un ruolo di semplice testimonianza, priva di agibilità di governo.

Sull’altro fronte, il Movimento 5 Stelle, arroccato su posizioni antagoniste e populiste, sarebbe ridotto a una funzione di tribuno della plebe digitale, lontano dalle leve del potere reale. Un remake insomma dell’equilibrio politico del primo cinquantennio del dopoguerra quando era toccato al Msi e al Pci subire un’analoga, simmetrica conventio ad excludendum.

Il trionfo della mediazione

Sarebbe la pietra tombale di quella democrazia dell’alternanza inutilmente perseguita per un trentennio. Ma sarebbe anche la sconfitta dei populismi e il trionfo della mediazione come unico metodo di governo possibile. Sarebbe la rivincita della Prima Repubblica, accusata di aver congelato ogni possibilità di alternanza nelle mani della Democrazia cristiana, quando viceversa ha avuto il merito di prendere atto che la democrazia all’inglese semplicemente non era nelle corde degli italiani. La campagna elettorale dirà se i poli sapranno ritrovare una ragione d’essere o se toccherà al centro raccogliere i cocci di un sogno bipolare mai diventato realtà.

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