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MONDO. L’ormai famoso «ordine restrittivo» invocato da Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni, sarcasticamente raffigurata come una povera e molesta supplice alla corte del re, può essere interpretato in due modi.
Lettura 2 min.Il primo è quello subito dilagato tra media e politica: sdegno, orgoglio nazionale ferito, inviti a «non ti curar di lor» spesso sostitutivi di quell’ira manifesta che nel confronto con il Grande Fratello americano non ci possiamo permettere. Sullo sfondo, la solita litania su Trump inaffidabile, imprevedibile e volubile, forse squilibrato, di certo cafone. Non è che questi argomenti manchino di fondamento. Chi ha seguito le feste per gli 80 anni del Presidente Usa e i successivi festeggiamenti per i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti non può che essersi rafforzato in tale convinzione.
Eppure questa ci pare un’analisi insufficiente, forse anche consolatoria. Perché se pure Trump spesso sembra parlare a vanvera, quasi mai lo fa senza uno scopo. Tanto più considerando che la polemica nei confronti di Meloni è ormai di vecchia data e fin troppo insistita. Qualche differenza d’opinione ai tempi della «guerra dei dazi», divergenze più aperte al momento dell’attacco Usa all’Iraq (anche se la nostra premier ricorse alla formula acrobatica «non condivido e non condanno»), dissidio aperto quando Trump criticò Papa Leone XIV, che Meloni volle difendere anche per amor di fede e di elettorato. Infine, le accuse trumpiane per le basi negate e la scarsa collaborazione durante le Terza guerra del Golfo.
In sostanza, quando il tuo più importante alleato (e detto degli Usa è un eufemismo) ti prende di mira in questo modo e con questa frequenza, la questione non è più personale o psichiatrica ma diventa inevitabilmente politica. Tanto più se gli insulti più pesanti arrivano alla vigilia di un vertice Nato che deve prendere decisioni importanti, come il rinnovato sostegno all’Ucraina (70 miliardi), e cominciare ad affrontare le implicazioni del cosiddetto burden shifting, ovvero il passaggio di una parte consistente dell’impegno per la difesa dell’Europa dalle casse e dagli arsenali degli Stati Uniti a quelli dell’Europa stessa, già praticamente costretta da Trump a investire il 5% del Pil per nazione nelle forze armate.
L’Italia, si sa, arranca verso quella quota rinnovando la promessa di arrivarci il più presto possibile. Ma è anche il Paese che ospita sul proprio territorio quasi 13mila militari americani sparsi in 8 basi principali, oltre che una novantina di testate atomiche Usa nell’ambito del programma di condivisione nucleare della Nato. Quello che sta avvenendo, e ancor più ciò che potrebbe avvenire nella relazione Usa-Nato, ci riguarda, anzi ci investe quindi in maniera molto diretta, assai più che in altri Paesi Ue. Non sarà certo un caso se Paesi esposti a Est come Polonia e Finlandia non sanno più che cosa offrire agli Usa pur di avere i marines in casa. Per noi il pericolo Russia, ammesso di credere nella possibilità di una guerra con Mosca, è un po’ più lontano. Ma siamo una specie di pontile proiettato nel Mediterraneo e verso l’Africa e gli Usa hanno mostrato di apprezzare i vantaggi di questa collocazione strategica.
Quindi, per concludere: sbeffeggiando la nostra premier che cosa ci sta dicendo Trump? O, meglio: che cosa ci sta chiedendo? Perché è chiaro che in coda a questa polemica, che al di là della retorica preoccupa davvero i palazzi della politica, e con l’aria che tira in Medio Oriente e non solo, qualche richiesta arriverà. E di richieste della Casa Bianca respinte al mittente, dalle nostre parti si hanno scarse notizie.
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