Quirinale, le ambizioni della destra e l’ambiguità

ITALIA. Alla fine anche l’ultimo tabù, il più nevralgico, è stato rotto: Giorgia Meloni ha messo in chiaro l’obiettivo di poter eleggere, per la prima volta, alla presidenza della Repubblica un esponente della destra. Ambizione certo legittima, anche se forse non particolarmente elegante sul piano istituzionale.

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Ma il problema è come ci si arriva e con quale retroterra ideale. Può darsi che la premier abbia affermato un concetto ritenuto obbligato e scontato dai più, che sta nell’ordine delle cose, su una prospettiva senza precedenti. A far la differenza, però, è l’averlo detto, rendendo politicamente in purezza l’appuntamento per il Colle: quasi una ragione di riscossa dopo la sconfitta referendaria. Quindi il vero obiettivo delle prossime elezioni, il punto più delicato, non sarà la guida dell’esecutivo, piuttosto la scelta dell’inquilino del Colle. L’una tiene l’altra. Aver politicizzato il tema, lo qualifica come dirimente con effetti sull’ultimo anno di governo e sulle alleanze. Ai tempi della Prima Repubblica il vecchio Msi aveva contribuito (non scelto) all’elezione di due Capi di Stato e nella Seconda tutti, comprendendo Cossiga, sono stati espressi in prima battuta dal centrosinistra: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Il governo della più alta magistratura, come organo di garanzia per tutti, ha bisogno di un consenso che attraversi gli schieramenti: l’eletto, pur essendo «parte» all’inizio dell’iter, è, e deve essere, imparziale. Lo sono stati Ciampi, con il suo «patriottismo costituzionale», Napolitano con il sollecito delle riforme, e soprattutto Mattarella con la sua idea di Stato-comunità in un Paese tormentato dalle divisioni. C’è chi, nell’ipotesi di questa netta discontinuità, vede una certa analogia con l’ex comunista Napolitano («Con la mia elezione s’è chiusa una fase storica»), ma staremmo molto attenti a infilarci in parallelismi impropri.

Da 30 anni le continue emergenze hanno fatto sentire i presidenti - ha scritto il quirinalista Marzio Breda - «abilitati a espandere il loro ruolo. A stabilire un rapporto fiduciario con la gente comune e a fluidificarlo quotidianamente, parlando». Fra pedagogia costituzionale e difesa dei valori civici. Quei «poteri a fisarmonica» che si sono dilatati in relazione ai deficit del sistema politico. Un’istituzione che tra i suoi compiti contempla anche quello di farsi garante politico dell’ordinamento democratico, specialmente (ma non solo) per quanto riguarda la tenuta del testo costituzionale (Mattarella docet). Qualsiasi italiano sa che lassù c’è qualcuno che pensa a lui e che provvede. Sia pure fra colpi di scena e imboscate in Parlamento, l’area quirinalizia è stata interpretata e costruita - nonostante tutto - come un momento d’unità, non una trincea rivendicativa contro gli sconfitti. Le domande da porsi nell’ipotetico cambio di fase ci sono tutte. È sostanzialmente verificato che le forze antisistema, una volta al governo, diventano inevitabilmente sistema: Cossiga parlava di «Grazia di Stato», quel sentimento che nobilita che è chiamato a rappresentare le istituzioni, anche se proviene da un’altra storia. Ma la destra di Meloni rimane in un’ombra di ambiguità: per il freddo europeismo e per l’affinità ideologica con Trump (che permane) e, non ultimo, perché alcune frange, non proprio marginali, hanno giocato con il fascismo e dintorni. Pure il contrasto a Vannacci, che smonta i luoghi comuni di oggi con quelli impresentabili dell’altro ieri, non è tanto sul merito ma semplicemente sul «voto utile», cioè sul fatto che il consenso all’ex generale sarebbe un voto alla sinistra. Tutto qui, ed è pochino. C’è assai imbarazzo nel trattare una pericolosa variante scappata di mano all’alchimista Salvini e che ora chiama in causa la maturità democratica di tutta la destra. L’impianto culturale di Fratelli d’Italia - un’idea verticale del potere in cui la governabilità/stabilità precede la rappresentanza degli elettori e quindi la centralità del Parlamento - è visibile nella riforma elettorale in gestazione, fatta sullo schema delle due opposte tifoserie. Unendo l’artificio del premio di maggioranza e listoni bloccati che cancellano il legame di trasparenza fra elettore ed eletto, l’obiettivo di Meloni è evidente: chi vince si prende tutto, e a dismisura. In sostanza chi ha in mano il Parlamento conquista pure la forza per eleggere il Capo dello Stato.

La riforma elettorale prende il posto del premierato (l’elezione diretta del premier), attualmente impraticabile e lasciato in parcheggio: un progetto dall’impianto presidenzialista. Gonfiando artificialmente la posizione di alcuni, si irrigidisce il confronto politico rendendolo inerte. Lo stesso premio di maggioranza, come dimostra l’esperienza, crea l’illusione che assicurarsi i numeri parlamentari produca automaticamente cultura di governo condivisa. Non è così. La flessibilità del parlamentarismo ha retto in 80 anni di Repubblica e le sue virtù nascoste oggi si notano con facilità rispetto alla crisi di modelli come quelli americano, inglese e francese. Un’architettura che ha dato presidenti di garanzia e di equilibrio. Almeno finora.

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