Reciproca difesa, novità dirompente dalla Mecca

MONDO. L’Accordo tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia mette insieme tre potenze regionali che, proprio unendo le forze, possono produrre un progetto di potenza vera.

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Il patto di reciproca difesa siglato da Pakistan, Arabia Saudita e Turchia ha tutto il potenziale per diventare una delle novità più dirompenti in un quadro di politica internazionale che certo non manca di scossoni e improvvisi colpi di scena. La prima cosa da notare, perché carica di significati, è il nome del luogo dove i leader dei tre Paesi hanno deciso di firmarlo: la Mecca, la città santa per eccellenza dei musulmani. Un gesto estremamente simbolico, come se Pakistan e Turchia, Paesi non arabi, avessero voluto così manifestare una direzione nuova, il superamento di vecchie barriere culturali e politiche per meglio affrontare le sfide di una contemporaneità che, tra guerre e crisi economiche, non consente ulteriori esitazioni.

I tre leader

Oltre a questo, l’Accordo di difesa congiunta della Mecca mette per la prima volta davvero insieme (nello sviluppo dell’analogo accordo siglato l’anno scorso da Arabia Saudita e Pakistan) tre Paesi e tre leader che hanno saputo ritagliarsi un ruolo importante ma anche autonomo in un panorama sempre più confuso e caotico. Il premier pakistano Shebhaz Sharif, insieme con il silente ma potentissimo capo delle forze armate Asim Munir («Il mio maresciallo preferito», ha detto di lui il sempre pittoresco Donald Trump), è stato il protagonista decisivo delle trattative tra Usa e Iran. Mohammed bin Salman, il principe ereditario che domina l’Arabia Saudita, ha molto lavorato presso la Casa Bianca per scongiurare un’escalation bellica in Medio Oriente. Obiettivo per cui si è battuto anche il presidente turco Recep Tayyep Erdogan, insieme con il ministro degli Esteri Hakan Fidan, che sempre mostra la sua insofferenza per gli schieramenti predeterminati o troppo bloccati. Che i tre operino anche, o soprattutto, per i propri interessi e per quelli dei propri Paesi (il possibile sconvolgimento del Medio Oriente, già più che scosso dalle infinite spedizioni militari di Israele) non cambia le cose: i loro sono stati i tentativi più interessanti e profondi di mettere un po’ d’ordine nel caos generato dall’avventurismo americano e dal fanatismo iraniano.

Potenze complementari

L’Accordo, infine, mette insieme tre potenze regionali assolutamente complementari che, proprio unendo le forze, possono produrre un progetto di potenza vera. Il Pakistan è dotato della bomba atomica e di un apparato bellico sperimentato anche nella lunga serie di scontri armati con l’India; la Turchia, oltre ad avere il secondo maggior esercito della Nato, ha un’industria degli armamenti (vedasi il caso dei droni) ormai all’avanguardia; e l’Arabia Saudita unisce alla tradizionale influenza economica una nuova ma ormai esplicita disponibilità all’uso delle sue forze armate. Se quanto messo su carta alla Mecca rifletterà una volontà politica concreta, a questa triplice alleanza metà asiatica e metà mediorientale dovranno tutti prestare molta attenzione.

Gli Stati Uniti

Detto tutto questo, bisogna chiedersi che cosa ci sia alla base di un patto tanto impegnativo, sia per i protagonisti sia per gli eventuali interlocutori. Pare piuttosto evidente che Turchia, Pakistan e Arabia Saudita abbiano dato per ormai superate diverse certezze di un tempo. Per esempio, che gli Stati Uniti siano un alleato prevedibile nelle mosse e affidabile nei comportamenti. Tutti e tre i leader citati hanno più volte tentato di convincere la Casa Bianca a non iniziare la guerra contro l’Iran senza pesare con cura le potenziali conseguenze e tutti e tre si sono sentiti snobbati da Trump e dalla sua amministrazione. Non solo: Erdogan, bin Salman e Sharif hanno visto droni e missili iraniani colpire a ripetizione quelle basi americane che, in teoria, avrebbero dovuto proteggere i Paesi del Golfo Persico, vitali per gli equilibri energetici ed economici di metà del pianeta. Che poi una dozzina di mine siano bastate a bloccare lo Stretto di Hormuz e i missili degli Houthi a tramutare in una forca caudina a pagamento quello di Bab al Mandeb (dove le petroliere saudite non osano transitare mentre quelle cinesi lo fanno con tutto comodo) non ha certo contribuito ad aumentare la loro fiducia.

Nell’iniziativa di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, infine, c’è una lezione anche per l’Europa. Che ha copertura nucleare, industria bellica, preparazione militare, disponibilità di uomini e omogeneità culturale ma che, a dispetto di tante dichiarazioni, è ancora lontana da decisioni altrettanto coraggiose.

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