Regno Unito, la chance per frenare Farage

MONDO. Per lasciare il segno e mettere il freno alla marea montante del qualunquismo di Farage, Burnham dovrà scommettere sulla parte migliore di sé e tramutarsi nel sindaco della Gran Bretagna.

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Ed eccoci a commentare l’avvento di Andy Burnham, 56 anni, per due mandati sindaco della Greater Manchester e per questo detto «il re del Nord», successore del pallido Keir Starmer e quindi settimo premier britannico degli ultimi dieci anni: cinque conservatori e, contando lui, due laburisti. Il dato fondamentale da cui partire, infatti, è proprio questo. Estenuati da questa girandola povera di risultati, molti cittadini britannici e molti osservatori esteri guardano allo sbarco di Burnham a Downing Street come a un evento foriero di grandi novità. Meglio non confondere la speranza con la realtà. Anche a livello nazionale, Burnham non è un volto nuovo, al contrario: è un politico di lungo corso che è stato ministro della Sanità (2009-2010) e per due volte (2010 e 2015) si è candidato senza successo alle leadership del Partito laburista. È stato il veloce declino del povero Starmer a riaprirgli, abbastanza a sorpresa, la strada verso il vertice.

«Lo stesso governo con un accento diverso», ha scritto la stampa inglese, giocando sulle diverse origini tra il londinese Starmer e il nordico Burnham. E qualche ragione per avanzare certe meste previsioni in effetti si trova. L’ex sindaco di Manchester è sempre rimasto allineato alle politiche di Starmer, ha appoggiato il rigido controllo della spesa pubblica e le dure politiche per il contenimento dell’immigrazione; si è opposto alla proposta di riportare la Gran Bretagna nella Ue (avanzata da Wes Streeting, per un attimo suo concorrente alla guida del Labour) e si è espresso a favore di un incremento delle spese militari anche a costo di un intervento sul Welfare, andando così a lisciare il pelo alla corrente «armaiola» del partito ben rappresentata dal ministro John Healey, per la scarsità di fondi dimessosi in polemica con Starmer.

In politica estera, Burnham ha rifiutato il termine «genocidio» per i massacri di Gaza ed è iscritto al gruppo Labour friends of Israel. Novità? Non si direbbe, fin qui Burnham potrebbe essere confuso con uno qualunque dei tanti politici mainstream che operano in Europa.

L’«ultima occasione»

Burnham, però, non è solo questo. È anche il sindaco che a Manchester si è costruito una solida fama non solo di ottimo amministratore ma anche di manager attento ai sentimenti e ai bisogni degli strati meno privilegiati della popolazione, beneficiati da una netta rivalutazione dei servizi pubblici. Il tutto in una parte della Gran Bretagna che da sempre soffre il confronto con il Sud più ricco e più brillante del Paese. Non solo. Nella sua dichiarazione d’intenti, il nuovo premier incaricato ha espresso l’esigenza di una «politica nuova» e ha parlato di «ultima occasione» per il Paese, alludendo alla necessità di mettere fine alla stagione del neo-liberismo varata a suo tempo della Thatcher e poi consacrata dal laburista Tony Blair.

La sfida

È una necessità impellente, la sua. I britannici impoveriti hanno punito il Labour nel 2016 con la Brexit e nel 2019 facendo vincere le elezioni a Boris Johnson, e adesso si preparano a rifarlo riversando i propri voti su Reform UK di Farage. Dunque la portata politica della incombente premiership di Burnham si giocherà proprio sullo scarto tra la tattica e la strategia. Se cercherà solo di tappare la falla aperta dai suoi inefficaci predecessori, si incarterà come gli altri nella routine dei provvedimenti-tampone di scarsa ispirazione.

Per lasciare il segno e mettere il freno alla marea montante del qualunquismo di Farage, dovrà scommettere sulla parte migliore di sé e tramutarsi nel sindaco della Gran Bretagna. Ne avrà il coraggio? Saprà dotarsi della squadra giusta? Avrà, di tanto in tanto, l’acume per sottrarsi al ricatto della paura, che fa scambiare il riarmo per una politica? Vedremo. La sfida comincia ora.

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