Se una parte del mondo in tv resta oscurata

ITALIA. Il cambio d’epoca che stiamo vivendo, segnato da guerre e violenze inaudite sulle popolazioni come nei periodi più gravi della storia, ha obbligato i mezzi di informazione italiani a una revisione: dare spazio a notizie dall’estero, che in passato erano ridotti, un deficit figlio del provincialismo italiano.

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Una recente ricerca di Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti) e dell’Osservatorio di Pavia, ha analizzato la «copertura» del mondo nei telegiornali di prima serata di Rai, Mediaset e La7 fra il 2012 e il primo trimestre 2026: negli ultimi tre anni le notizie internazionali hanno rappresentato circa il 38% del totale contro il 16,4% del 2012. Il 2022 è stato l’anno più denso di informazioni non italiane (41,5%) in seguito all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, il 2014 il più basso con il 15,5%.

«Tuttavia - spiegano i ricercatori Paola Barretta e Giuseppe Milazzo, dell’Osservatorio di Pavia - una maggiore copertura non si traduce automaticamente in un’informazione più equilibrata o approfondita. Si tratta di un’attenzione mediatica reattiva e non strutturale che si accende sull’evento-spettacolo e concentrata su poche aree geopolitiche e sulle crisi più eclatanti, mentre interi continenti continuano a essere scarsamente rappresentati». C’è un problema non solo di quantità ma di qualità dell’informazione e di completezza.

L’analisi

Nel periodo 2025-2026 le notizie estere hanno riguardato soprattutto politica (32%), guerre (30%), cronaca (19%) e «news leggere» (16%), mentre temi come immigrazione (2%) e terrorismo (1%) restano marginali. Lo squilibrio geografico poi è netto: Europa (44%), Asia, soprattutto con il Vicino Oriente (30%) e Nord America (21%) assorbono quasi tutta la copertura, mentre Africa (2,2%) e Centro-Sud America (2,6%) restano ai margini. Infatti il titolo della rapporto contiene un auspicio: «Illuminare le periferie».

In generale l’informazione dal mondo è monca del punto di vista delle popolazioni, delle loro aspirazioni e delle loro richieste. Un’informazione autocentrata, come dimostra il caso della crisi energetica generata dal blocco dello Stretto di Hormuz che sta incidendo sulla nostra quotidianità ma in modo più grave in Asia e in Africa

Tra maggio 2025 e marzo 2026 l’agenda è stata dominata dal Vicino Oriente, con 2.933 notizie, focalizzate in primis sull’abisso umano nel quale è stata spinta la Striscia di Gaza, quindi Iran e Libano. Su altre crisi, invece, l’attenzione è intermittente. Sul Sudan, nonostante la gravità del conflitto e secondo l’Onu la crisi umanitaria più grave al mondo, da maggio 2025 a marzo 2026 solo 21 servizi nei tg (16 sulla Rai). Poca attenzione anche per Venezuela e Cuba. Nel primo caso grande risalto in coincidenza con il blitz degli Usa per l’arresto illegale del presidente Nicolás Maduro nel gennaio 2026 (83 notizie televisive), mentre la crisi economica, energetica e umanitaria cubana resta quasi invisibile nei tg per otto mesi consecutivi, con appena 20 notizie. Così sappiamo poco di come sta la popolazione venezuelana oggi, se la vita è migliorata o peggiorata, tanto più dopo il terremoto che il 24 giugno scorso ha tra volto il Paese. L’isola caraibica invece è in preda ad una crisi economica e sociale gravissima, sotto la pressione dell’amministrazione Trump che vorrebbe un cambio di potere come a Caracas.

Secondo la ricerca invece è La7 a dedicare agli esteri la quota più alta della propria agenda informativa (50%), seguita da Rai (40%) e Mediaset (34%)

In generale l’informazione dal mondo è monca del punto di vista delle popolazioni, delle loro aspirazioni e delle loro richieste. Un’informazione autocentrata, come dimostra il caso della crisi energetica generata dal blocco dello Stretto di Hormuz che sta incidendo sulla nostra quotidianità ma in modo più grave in Asia e in Africa. Allargare i confini dello sguardo e approfondirlo non è un esercizio fine a se stesso ma un atto di giustizia e aiuterebbe a comprendere la dinamica di fatti che nel tempo possono avere altre ricadute sulle nostre comunità. Un compito che spetterebbe in primis al servizio pubblico. Secondo la ricerca invece è La7 a dedicare agli esteri la quota più alta della propria agenda informativa (50%), seguita da Rai (40%) e Mediaset (34%). Eppure c’è una domanda di più conoscenza del mondo e di qualità. Andrebbe assecondata: serve un cambiamento d’epoca anche nell’informazione.

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