Sulla legge elettorale il rischio di passi falsi

ITALIA. Il Parlamento torna a fare i conti con la legge elettorale: dal 7 al 9 luglio si voterà la riforma presentata dalla maggioranza. Il punto più difficile da risolvere nei prossimi giorni riguarda le preferenze, escluse sin dalla legge del 1993 che porta il nome di Mattarella: all’epoca erano considerate il motore della corruzione e del clientelismo, e per questo la «Seconda Repubblica» le spazzò via.

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Ma oggi a richiederle, in nome del diritto degli elettori a scegliersi i rappresentanti è Giorgia Meloni in persona (da sempre favorevole) mentre Forza Italia e la Lega sono contrari. In queste ore sono in corso trattative per trovare qualche escamotage tecnico che soddisfi entrambe le parti: dare all’elettore la sensazione di poter scegliere chi mandare alla Camera e al Senato e mantenere nello stesso tempo il blocco che consente di non avere sorprese nella composizione dei gruppi parlamentari.

È difficile però che la questione si risolva con il tutti contenti: qualcuno, nelle leggi elettorali, ci rimette sempre, o tanto o poco. Anche nell’opposizione i pareri sono diversi: nel Pd per esempio, Schlein è contraria, Bonaccini e i riformisti favorevoli. Da notare che, con le liste bloccate, il leader può favorire l’elezione di suoi fedelissimi, con le preferenze il gioco si fa più «territoriale» e personale.

I sondaggi indicano un risultato in equilibrio tra i due blocchi, con margini talmente ridotti da rendere incerto qualsiasi pronostico. In uno scenario del genere, chi governa ha tutto l’interesse a costruire un sistema che trasformi una vittoria di misura in una maggioranza solida e governabile. Il premio previsto dalla riforma serve esattamente a questo: garantire stabilità a chi raggiunge il 42 per cento dei voti e si giova del premio

Ma perché il centrodestra vuole riscrivere le regole proprio adesso, ad un anno dal voto, o forse meno? Il punto è che i sondaggi indicano un risultato in equilibrio tra i due blocchi, con margini talmente ridotti da rendere incerto qualsiasi pronostico. In uno scenario del genere, chi governa ha tutto l’interesse a costruire un sistema che trasformi una vittoria di misura in una maggioranza solida e governabile. Il premio previsto dalla riforma serve esattamente a questo: garantire stabilità a chi raggiunge il 42 per cento dei voti e si giova del premio.

La Corte Costituzionale ha già delimitato il campo per equilibrare i concetti della rappresentanza e della governabilità: il centrodestra ritiene di aver rispettato con la riforma in discussione quei principi, mentre il centrosinistra contesta la soluzione legislativa trovata e parla di incostituzionalità. È già chiaro che se la riforma verrà approvata dalla sola maggioranza contro le opposizioni, queste faranno la campagna elettorale gridando al colpo di mano.

Il ruolo di Vannacci

Oggi sembra impossibile - parole di Giorgia Meloni - una intesa tra Vannacci e il centrodestra, ma domani non si sa. Vannacci si tiene le mani libere, dice di voler correre da solo ma che poi potrebbe trattare un patto con Giorgia Meloni (che però Salvini e Tajani immediatamente contesterebbero)

In questo contesto, il generale Vannacci e la sua nuova formazione in costante crescita (avrebbe già superato la Lega) è la variante impazzita. Toglie i voti un po’ a tutti (anche al M5S) ma soprattutto li sottrae al centrodestra con la sua presunzione di proclamarsi «la vera destra». È lui che rende le prossime elezioni ancora più imprevedibili: ma né Campo Largo né Centrodestra vogliono rischiare una situazione ingestibile, quella che già viene denominata con paragone inquietante la «situazione Weimar».

Oggi sembra impossibile - parole di Giorgia Meloni - una intesa tra Vannacci e il centrodestra, ma domani non si sa. Vannacci si tiene le mani libere, dice di voler correre da solo ma che poi potrebbe trattare un patto con Giorgia Meloni (che però Salvini e Tajani immediatamente contesterebbero). Allora la domanda è: quanto il sistema del premio e del proporzionale elaborato dal nuovo testo può modificare questa situazione di imprevedibilità? Ne abbiamo viste tante in passato di coalizioni forti con i numeri ma fragili politicamente (ne sa qualcosa Romano Prodi) mentre in questa legislatura la vecchia legge ha pur sempre consentito a Meloni, pur con tutte le discussioni e i compromessi, di navigare abbastanza bene per quattro anni. Che sia un passo falso proporre di rivedere il sistema elettorale?

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