Ue, l’estrema destra: questione morale

MONDO. Il timore che il nazional-sovranismo possa espandersi ulteriormente in Europa pone una questione morale, non solo politica e giuridica: la prima andrebbe resa prioritaria, senza nulla togliere alla indispensabilità delle altre due.

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È quanto ha scritto su «Avvenire» lo storico Agostino Giovagnoli. Su scala diversa, evidentemente, l’ex ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, ha detto che se l’estrema destra (AfD) arriva al potere nel Paese più grande e importante del continente, oltre che in fase di riarmo senza precedenti, «l’Europa non ha futuro». Il tema di come difendere e prendersi cura del pur imperfetto Stato di diritto, sotto stress dall’esterno e dall’interno, non se n’è mai andato ma ora assume un tono perentorio. Una crisi di lunga durata non tanto «della» democrazia, quanto «nella» democrazia.

Siamo prossimi alla vigilia di una tornata elettorale impegnativa: nel 2027 si vota in Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia. Già in questo autunno va alle urne il Lander della Sassonia, dove potrebbe vincere l’ultradestra, e ci sarà il rinnovo di metà Senato francese.

Oggi la percezione della sfida è comunque maggiore e la stessa Ue, fra guerre che non finiscono e trumpismo fuori controllo, ha compiuto parziali progressi in direzione del rafforzamento della sovranità europea in molteplici campi, compreso il primo passo per una Nato post-americana. Siamo prossimi alla vigilia di una tornata elettorale impegnativa: nel 2027 si vota in Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia. Già in questo autunno va alle urne il Lander della Sassonia, dove potrebbe vincere l’ultradestra, e ci sarà il rinnovo di metà Senato francese. Il rischio è quello di ritenere ineluttabile l’avanzata delle forze illiberali, il cui racconto si pone sul lembo estremo della democrazia, perché «così va il mondo». Il populismo è un camaleonte, quindi sa adattarsi ed è mutevole. Ha una propensione alla resilienza, capace di attraversare sconfitte, scandali e irrazionalità, per poi rinascere dalle ceneri dei propri errori. Stando ai sondaggi, non è stato toccato più di tanto dalla sconfitta di Orban e l’effetto boomerang di Trump (il rigetto delle opinioni pubbliche europee nei confronti del presidente americano) sembra in via di assorbimento.

L’inossidabile tenuta degli architetti del caos ribadisce l’ipoteca che grava sul futuro dell’Unione e sui tentativi di rispondere in modo unitario al disimpegno Usa e all’aggressione russa ai confini Ue

L’inossidabile tenuta degli architetti del caos ribadisce l’ipoteca che grava sul futuro dell’Unione e sui tentativi di rispondere in modo unitario al disimpegno Usa e all’aggressione russa ai confini Ue. Circola, poi, la tesi che nell’ipotesi negativa non sia il caso di farne un dramma, perché in fondo, questi partiti, una volta al governo - anche per i vincoli europei - non sono in grado di compiere sfracelli: la loro «istituzionalizzazione» ne stempera l’oltranzismo. Insomma: la ricreazione è finita anche per loro e sono sulla via della normalizzazione che li può disciplinare. È successo, ad esempio, nella Francia di Marine Le Pen che, come si sa, potrà ricandidarsi (per la quinta volta) all’Eliseo: nella lunga marcia verso le istituzioni, ha ripulito il suo Rassemblement national, mettendogli il tailleur e archiviando i vecchi arnesi. In sostanza, ha reso il suo partito votabile, trasformandolo da non coalizzabile a coalizzabile. In Germania, per fortuna, questo processo non appare ancora maturo, ma il fatto che AfD sia virtualmente il primo partito, con consensi poco sotto il 30%, significa il superamento di un vero e proprio tabù storico.

Le tesi descritte trovano però il loro limite quando scambiano la rassegnazione per realismo, fermandosi alla semplice osservazione di un baricentro politico non più centrale nella rappresentanza sociale ma spostato tutto a destra

Una tale regressione democratica, di frattura in frattura, è inquietante nella sua declinazione tedesca, perché ha messo in evidenza l’impensabile fragilità di una cultura politica, spesso considerata consensuale e orientata all’efficienza e alla concretezza delle politiche pubbliche. Le tesi descritte trovano però il loro limite quando scambiano la rassegnazione per realismo, fermandosi alla semplice osservazione di un baricentro politico non più centrale nella rappresentanza sociale ma spostato tutto a destra. Una legge fisica della politica afferma che quando il centro si allea con la destra, è questa a vincere. Le citate idee riduttive non tengono conto che la storia non è né predeterminata né lineare, mentre la realtà si nutre dell’imponderabile. Non tutto è aggiustabile ricorrendo a nuove formule di ingegneria costituzionale o ad anomale alleanze, oppure redistribuendo il potere con il bilancino. Il minimalismo adagiato sulla superficie del nuovo senso comune non tiene conto della profondità storica impressa dal collasso dei partiti tradizionali, ridimensiona gli aspetti valoriali della politica (o quantomeno di ciò che resta) e le tante voci della società civile, relegando il dibattito pubblico nel recinto dei puri rapporti di forza e delle logiche delle vecchie oligarchie.

Ecco perché dovrebbe essere ripristinato il dato morale denunciato dallo storico Giovagnoli per arginare chi propone meno diritti e meno umanità. Per decenni le classi dirigenti europee hanno promosso il valore morale riconosciuto alla condanna dei crimini fascisti e nazisti, diventato patrimonio comune. Da un po’ di tempo questa tendenza s’è affievolita e in alcuni casi pure contrastata: banalizzazioni, allusioni, ambiguità, revisionismi di varia natura hanno creato una confortevole zona grigia. Eravamo partiti con il rispetto della dignità umana, della non discriminazione e della tolleranza. Siamo arrivati a parole come «remigrazione» che Papa Leone XIV ha definito «non cristiane». La battaglia morale, che è poi una lotta per la democrazia, conserva quindi una forza descrittiva e un orizzonte ideale irrinunciabile: il presente ce lo conferma con brutalità.

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