Una faglia che si apre per tutti i conservatori

MONDO. I cicli della politica contemporanea possiedono una singolare caratteristica: si propagano a velocità istantanea, ma depositano le loro scorie psicologiche con una lentezza inesorabile.

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Il verdetto scaturito dalle elezioni americane di metà mandato, che ha visto Donald Trump arretrare vistosamente e cedere ai democratici il timone del potere legislativo, rappresenta ben più di un semplice passaggio di consegne a Washington. È una faglia che si apre sotto l’architettura dei movimenti conservatori occidentali, riverberandosi con particolare nitidezza nel dibattito pubblico italiano, da sempre sensibilissimo a qualsiasi mutamento dell’aria che spira da oltreoceano.

Il voto Usa e gli effetti in Italia

Nel panorama nazionale, la reazione a questa battuta d’arresto si è polarizzata con una rapidità quasi geometrica. A sinistra, lo schieramento progressista ha accolto il risultato americano con un’esultanza che tradisce un diffuso bisogno di riscatto simbolico. La sconfitta repubblicana viene letta e celebrata come il segnale incontrovertibile di un argine che ha finalmente tenuto contro l’avanzata della retorica nazionalista e della polarizzazione sociale. Nelle analisi delle opposizioni risuona la convinzione che le promesse dirompenti, una volta messe alla prova dell’inflazione, dei sacrifici economici e della complessità geopolitica, finiscano inevitabilmente per logorarsi al cospetto degli elettori. L’America, secondo questa visione, avrebbe indicato la strada di un riequilibrio necessario.

Al contempo, nel perimetro del centrodestra italiano il quadro è diametralmente opposto, dominato da un contegno di evidente imbarazzo. Lo testimonia chiaramente la dichiarazione di pura routine, unica premier in Europa, rilasciata da Giorgia Meloni: «Continuiamo a collaborare con il governo Usa, non commentiamo dinamiche di politica interna di altri Paesi». La premier sa bene che esporsi equivarrebbe a maneggiare una materia incandescente, divisa com’è tra il passato legame ideologico con la galassia repubblicana e l’ineludibile dovere istituzionale di rapportarsi con una nuova Washington divisa e negoziale. Vedremo se tutto ciò la spingerà ancor di più verso Bruxelles.

La dottrina sovranista

Per una coalizione che ha spesso guardato all’universo conservatore statunitense per legittimare la propria narrazione di rottura, il passo falso di Trump complica le categorie interpretative. Da tempo si cercava di conciliare una solida fedeltà euro-atlantica con una naturale fascinazione per la dottrina sovranista; ora che quella stessa dottrina subisce una battuta d’arresto casalinga, lo spazio di manovra retorico si restringe bruscamente: «non siamo mai stati trumpiani» dice Tajani. L’imbarazzo dei partiti di governo scaturisce dalla consapevolezza che l’amministrazione statunitense entra in una fase di anatra zoppa, in cui ogni automatismo diplomatico dovrà essere ricalibrato.

Nella diplomazia delle grandi democrazie, dove ogni pausa è calibrata al millimetro, tacere di fronte alla ridefinizione del Congresso statunitense rischia di apparire come una paralisi decisionale anziché come una sobria prudenza di Stato. In politica estera anche il non detto ha un suo inesorabile costo politico: quel silenzio solitario suona oggi come la presa d’atto, complessa e non priva di incognite, di un orizzonte internazionale che improvvisamente si fa più stretto e assai meno indulgente verso Roma.

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