Usa, Cina e Russia. Il vertice e le vittime
IL NUOVO MONDO. Aria di «Yalta-2» sulle cancellerie mondiali. Al vertice dei Paesi dell’Apec, previsto per il 18-19 novembre, il presidente russo Putin vorrebbe proporre al collega americano Trump e a quello cinese Xi Jinping una nuova divisione del mondo in aree di influenza.
Lettura 2 min.Sul piatto il capo del Cremlino metterebbe la fine del conflitto in Ucraina, chiaramente alle sue condizioni, e forse il non aiuto in Medio Oriente all’Iran malgrado l’esistente trattato strategico militare bilaterale tra Mosca e Teheran. Al momento non sono chiare le reazioni di Washington e di Pechino ad una nuova «Yalta-2». L’anno scorso l’Amministrazione Trump ha presentato il documento di Strategia nazionale di sicurezza in cui si assegna a Washington l’influenza esclusiva sull’America Latina (da dottrina Monroe a «dottrina Donroe», la nuova definizione), si spinge per un’intesa con la Russia e la convivenza con la Cina.
Vista la persistente confusione nelle dichiarazioni contraddittorie del tycoon e considerato il prevedibile esito delle elezioni midterm per i repubblicani è difficile da definire l’intero scenario. Ancor più complicato è prevedere le reazioni delle vittime sacrificali e dei soccombenti
Le parole di fuoco del tycoon contro il presidente ucraino, il non compartire informazioni di intelligence con Kiev per alcuni frangenti e il rallentare di proposito lo Starlink militare sono segnali che non inducono all’ottimismo
Pechino ha come primo obiettivo geopolitico il rapido ritorno di Taiwan sotto il proprio controllo e la possibilità di poter prendere il largo nei grandi oceani, superando la «prima catena» delle isole che contiene il Mar della Cina. Vittime sacrificali di tale progetto sono l’Ucraina e Taiwan in primis. Ridimensionati nel loro peso geopolitico sono l’Europa e gli alleati asiatici Usa (Giappone e Corea del Sud su tutti). Da alcune settimane, come denuncia la leadership dell’Ue, gli emissari di Trump (Witkoff e Kushner) stanno lavorando per imporre a Zelensky la «pax moscovita». In particolare concessioni territoriali al Cremlino. Le parole di fuoco del tycoon contro il presidente ucraino, il non compartire informazioni di intelligence con Kiev per alcuni frangenti e il rallentare di proposito lo Starlink militare sono segnali che non inducono all’ottimismo. Da quanto appare dalle parole del Segretario di Stato Usa Rubio - dopo l’accordo con Putin per la vendita di carburante diesel agli Usa - esisterebbe una finestra di 60 giorni per chiudere i «giochi».
Ma quali «giochi»? Solo la partita ucraina o qualcos’altro? Vista la persistente confusione nelle dichiarazioni contraddittorie del tycoon e considerato il prevedibile esito delle elezioni midterm per i repubblicani è difficile da definire l’intero scenario. Ancor più complicato è prevedere le reazioni delle vittime sacrificali e dei soccombenti. Anche perché l’appetito vien mangiando e il cancelliere tedesco Merz si è sfiancato a spiegare che Putin non si fermerà in Ucraina. E gli arabi, delusi dalla scarsa difesa militare Usa nei mesi scorsi, che faranno? Come la pensi il presidente francese Macron è, invece, chiaro. Il 7 ottobre, giorno del compleanno di Putin, un sottomarino francese nel Nord dell’Oceano atlantico ha lanciato un missile balistico strategico intercontinentale (con possibilità di testate nucleari) a lunga gittata (ossia circa 10mila chilometri), l’M51. È il primo test del genere di Parigi. «Per essere liberi - ha osservato il capo dell’Eliseo - bisogna essere temuti. E per essere temuti, bisogna essere potenti». Da Oslo a San Pietroburgo in questi giorni si stanno mettendo insieme i primi pezzi del puzzle della «Yalta-2». Gli europei, già in difficoltà sull’approvvigionamento delle materie prime, cederanno? Dimenticheranno il mondo fondato sul diritto internazionale e sugli organismi sovranazionali come l’Onu? La partita è aperta. Le prossime settimane potrebbero risultare decisive.
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