Usa e Iran, la realtà presenta il conto

MONDO. Come un toro che di fronte al drappo rosso continua a caricare disperatamente prima di essere abbattuto, Trump ha nuovamente ripreso le operazioni militari con l’Iran senza produrre un risultato decisivo.

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Al contrario ha rigettato l’economia mondiale di fronte a un nuovo baratro per la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo allargare il conflitto a una dimensione regionale. Quali sono i fronti aggiornati della guerra? Oltre ai bombardamenti sull’antica Persia, il presidente americano ha reimposto il blocco navale Usa sullo Stretto, mentre gli iraniani hanno messo sotto tiro Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar e Giordania. Dopo molto tempo l’Arabia Saudita è ritornata obiettivo degli Huthi che prendono di mira il porto di Yambou, fondamentale snodo per le esportazioni di petrolio di Riad.

Ci si trova di fronte al concreto pericolo che l’intero Mar Rosso venga chiuso dai pasdaran, impedendo il transito dello Stretto meridionale di Bab el-Mandeb. A rendere ancora più problematico il flusso dell’oro nero mediorientale si stringe la morsa iraniana sul porto di Fujairah che si affaccia sul Golfo dell’Oman al di fuori di Hormuz e dove si trova il terminale dell’oleodotto che consente agli Emirati di esportare parte consistente del loro petrolio. L’escalation militare orizzontale è chiaramente visibile, mentre il Memorandum of Understanding (Mou) ha dimostrato tutta la sua fragilità. L’intransigenza di Teheran si declina nel controllo dello Stretto di Hormuz, nel ritiro delle truppe israeliane dal Libano del Sud e nella rivendicazione dell’uso civile del nucleare: tutte linee rosse ritenute invalicabili. I reciproci attacchi tra Iran e Usa degli ultimi 10 giorni non hanno per ora le stesse caratteristiche massicce di inizio conflitto, ma producono conseguenze forse peggiori.

Quali sono gli attuali obiettivi tattico-strategici di Washington e dell’Iran? Gli iraniani confidano che nuove conflagrazioni perniciose per l’economia globale li porteranno al tavolo negoziale in una posizione di maggior forza. Trump, invece, sembra procedere a tentoni nell’incapacità di trovare il bandolo della matassa. Ne sono prova la rapida marcia indietro del presidente dall’imposizione di una tariffa del 20% del valore del carico delle merci in transito nello Stretto di Hormuz e la riproposizione di un blocco navale che non ha prodotto risultati di rilievo. E non serve l’evidente tentativo di spostare l’attenzione dalla guerra a questioni di politica interna riguardanti il diritto di voto. Alla fine è sempre la realtà a presentare il conto: israeliani e americani non possono sottrarsi al proclamato impegno di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e di riaprire lo Stretto. L’inquilino della Casa Bianca sembra aver alzato ulteriormente il livello dello scontro bombardando ponti, snodi ferroviari e terminali petroliferi del nemico, ma la crescita della conflittualità potrebbe drammaticamente portare al completo blocco del flusso di petrolio e gas dal Medio Oriente.

La recessione e l’Europa

L’ombra lunga della recessione mondiale (e dell’inflazione) s’allarga sul continente europeo, sull’Asia e sugli stessi Stati Uniti con esiti disastrosi negli angoli più poveri della Terra. A Bruxelles si guarda agli ultimi sviluppi con crescente apprensione: se il conflitto si protrae per altre settimane o mesi, l’emergenza costringerà ad adottare misure straordinarie. Verosimilmente gli Stati del Sud Europa (Francia inclusa) chiederanno di superare il veto di Germania e degli Stati frugali per emettere nuovamente obbligazioni europee con cui finanziare programmi straordinari a sostegno di imprese altamente energivore. La presidente Ursula von der Leyen e la sua Commissione si troveranno al centro di forti tensioni che potrebbero esacerbarsi e impedire soluzioni di compromesso sul prossimo Bilancio dell’Unione che ha già creato frizioni.

Oltre all’economia (e agli scambi internazionali) l’altra illustre vittima della guerra in Iran è la deterrenza Usa. In Estremo Oriente tende a sgretolarsi di fronte al progressivo depauperamento dei sistemi d’arma e l’erraticità del Capo della Casa Bianca. In Europa potremmo mettere «le mani sul fuoco» circa un sostenuto appoggio militare americano in caso di attacco russo a obiettivi sensibili in un Paese Baltico, Polonia o Romania? Certamente Trump, nel recente summit Nato ad Ankara, ha dato segnali di maggiore vicinanza all’Ucraina con la possibilità per Kiev di produrre sistemi Patriot per la difesa missilistica. Questo nuovo sviluppo si può leggere probabilmente in chiave di politica interna, tenuto conto del sentimento largamente antirusso del Congresso americano. Ma il presidente ci ha abituati a giravolte continue e gli interessi americani, soprattutto nell’Artico, spingono per mantenere un dialogo con Mosca ed evitare di aprire un altro fronte internazionale di scontro.

*Ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca

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