Verso il voto, il calcolo di Meloni su Schlein
ITALIA. Fatta la legge, si ridefiniscono le coordinate della contesa politica e la mappa delle opportunità per i contendenti.
Lettura 1 min.Il disegno originario di Meloni, forte di un consenso stimato allora attorno al 45-46%, era chiaro e poggiava su premesse aritmetiche: blindare la maggioranza con una nuova legge elettorale pensata per premiare chi sfiora il 42%. L’irruzione di Vannacci ha sgretolato questa ambizione, rimescolando le carte e consegnando un inatteso vantaggio al campo largo. È una beffa ricorrente: chi confeziona una legge elettorale su misura finisce per spianare la strada proprio all’avversario che intendeva marginalizzare.
A questo rovesciamento prospettico si somma un fattore esogeno e dirompente che danneggia la premier: il deterioramento della congiuntura economica. Dalla Spagna alla Francia e a Berlino, il vento europeo ha cambiato direzione, tornando a soffiare a favore delle opposizioni.
La congiuntura economica
Il caro-affitti, il caro-benzina, l’inflazione scaricano sul governo il peso del malcontento. L’elettorato, stretto nella morsa di un’epoca in cui crescita economica e welfare sono un ricordo lontano, non ha altri interlocutori a cui chiedere conto se non chi siede a Chigi. E in tutta Europa, la regola non scritta, ma inflessibile dei tempi della crisi innescata dalle guerre condanna i governi alla bocciatura.
Ecco perché Meloni tradisce nervosismo: sente che si sta giocando la rielezione, fino a un anno fa (quasi) certa.
Sebbene il suo esecutivo mantenga una stabilità formale e conti pubblici in ordine, è costretta a passare sulla difensiva. Sforna decreti sicurezza. Tampona alla bell’e meglio l’escalation di benzina e diesel con misure d’emergenza.
Dopo il naufragio dei progetti sulla giustizia ha puntato sulla riforma elettorale - lo Stabilicum - che funziona da surrogato del premierato, rimasto nel cassetto.
I vincoli di Bruxelles
Alle strette per i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles (e dalla situazione periclitante dei debiti pubblici di quasi tutte le democrazie occidentali), ritrovatasi con poche munizioni in canna, Palazzo Chigi ha ripiegato sulla guerriglia tattica: disinnescare l’avversario facendo in modo che spari a salve. Ed è qui che emerge il paradosso più lucido e spregiudicato della leadership meloniana. Convinta che Schlein rappresenti l’avversario meno temibile, Meloni sta dedicando una cura speciale per valorizzarla, persino per difenderla da competitor interni più agguerriti. Per questo dialoga a distanza con lei, evita di delegittimarla, cerca di congelarla nel ruolo di sfidante ufficiale.
La stessa nuova legge elettorale strizza l’occhio alla segretaria del Pd offrendole un’opportunità. Costringe il campo largo a sfornare quello che fa più fatica a confezionare: un unico candidato premier. Indirettamente, questo è un vantaggio anche per Meloni: l’architettura dello Stabilicum, imperniata sull’indicazione del premier, costringe infatti Schlein a entrare in collisione con i concorrenti del campo largo. Se il governo Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana, il merito è della compattezza della sua maggioranza, ma un ruolo non secondario l’ha avuto anche un’opposizione che, non riuscendo a dotarsi di un assetto unitario, ha messo nelle mani della destra una carta insperata da giocare. Di fronte a questa opportunità, perché mai la leader di FdI non avrebbe dovuto approfittarne?
© RIPRODUZIONE RISERVATA