Voto in Israele, non c’è cambiamento di rotta

DOPO IL VOTO. Per affrontare i risultati dell’elezione parlamentare che si è appena svolta in Israele occorre distinguere l’esito istituzionale da quello politico.

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Per il primo sappiamo ormai che né il Blocco Netanyahu (il partito Likud con Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir più Sionismo religioso di Bezalel Smotrich più i partitini ultraortodossi) né il Blocco per il cambiamento (guidato da Gadi Eisenkot e il suo partito Yashar più Beyachad di Naftali Bennett e Yair Lapid più i Democratici di Yair Golan) arriveranno ai 61 seggi che fanno maggioranza in Parlamento. Sono quindi già cominciati i contatti e i patteggiamenti per stipulare nuove alleanze, fermo restando che, come leader del singolo partito più votato, Netanyahu dovrebbe essere il primo a ricevere l’incarico di formare il Governo, il che gli darà trenta giorni per ulteriori manovre. Sempre che non faccia effetto il monito del presidente Herzog, che ha invitato tutti a evitare un ritorno alle urne e, per questo, ha già annunciato un incontro con Netanyahu ed Eisenkot per verificare la possibilità di una grande coalizione. Come si concluderà questa fase è al momento difficile da prevedere, meglio sarebbe dire impossibile.

Netanyahu resta il perno

Dal punto di vista politico, invece, non sembrano esserci molti dubbi. Anche se un poco ridimensionato nei numeri, Benjamin Netanyahu resta il perno della politica israeliana. È lui che dà le carte ed è su di lui che regolano le proprie mosse gli avversari. Personaggi esperti e rispettabili (Naftali Bennett e Yair Lapid, ora Eisenkot), che però si susseguono senza riuscire a sfondare rispetto a un avversario su cui pure pesano ombre a dir poco inquietanti: la corruzione (Netanyahu è sotto processo da sei anni, di guerra in guerra), l’inefficienza (il sospetto di aver trascurato gli avvertimenti sui piani dei terroristi di Hamas prima del 7 ottobre 2023), l’immagine internazionale infangata, il rifiuto di sottoporsi a qualunque verifica (no alla commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre), il tentativo di asservire la giustizia al potere esecutivo e così via. Tutto questo vuol dire che con questo voto gli israeliani, magari turandosi il naso per il personaggio, hanno comunque dato sanzione positiva all’azione politica di Netanyahu, considerando le stragi di Gaza, l’invasione della Siria, i bombardamenti sul Libano, la guerra con l’Iran e le incursioni in diversi altri Paesi come azioni almeno utili, se non necessari, alla difesa del Paese e del suo benessere.

L’uno e l’altro respingono categoricamente la formula «due popoli due Stati» come pure l’idea di consentire la creazione di una qualunque entità statuale palestinese

Non era imprevedibile, per chi avesse una minima esperienza di Medio Oriente e di Israele, ma vederlo messo nero su bianco in una scheda elettorale fa comunque un certo effetto. E a renderlo, per paradosso, più evidente è il relativo successo del Blocco del cambiamento di Eisenkot. Il quale si è presentato, alla fin fine, come una specie di Netanyahu dalle mani pulite. Una proposta troppo debole per avere un impatto decisivo, perché poi le differenze tra i due si riducono a sfumature. Da capo delle forze armate di Israele, Eisenkot fu il teorico e il promotore della Dottrina Dahiya, da lui applicata durante la guerra del Libano del 2006. Dottrina che prevede l’uso di una «forza sproporzionata» contro il nemico e l’attacco indiscriminato alle strutture civili e alla popolazione come forma suprema di deterrenza. E che altro ha fatto Netanyahu a Gaza prima e in Libano poi? Sia Netanyahu che Eisenkot hanno escluso qualunque possibilità di un governo di coalizione con i cosiddetti «partiti arabi», che pure hanno raccolto 19 seggi e potrebbero quindi essere decisivi per formare una maggioranza parlamentare solida e atta a governare. L’uno e l’altro respingono categoricamente la formula «due popoli due Stati» come pure l’idea di consentire la creazione di una qualunque entità statuale palestinese, almeno in ipotesi prevista persino negli accordi del «Board of Peace» trumpiano per Gaza. Une legge inesorabile della politica dice che l’originale prevale sempre sulla copia. E il voto degli israeliani non ha fatto eccezione. Adesso è il momento delle alchimie post-elettorali e degli incontri dietro le quinte. Chi sperava in un cambiamento di rotta, però, è pregato di ripassare più avanti.

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