Lo stambecco delle Alpi salvato da un cacciatore

IL LIBRO. Franco Brevini martedì 6 ottobre al Palamonti presenta il volume con la storia di Zumstein che nell’800 evitò l’estinzione della specie.

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Bergamo

Una storia, più volte, nel segno del paradosso. Siamo giustamente abituati a identificare il presente, l’età dell’inquinamento selvaggio, del climate change, dello sconvolgimento, da parte dell’uomo, dell’ordine naturale, come l’età delle estinzioni e della feroce riduzione della biodiversità. E però c’è un animale che ha rischiato seriamente di estinguersi all’inizio dell’Ottocento, ed è stato salvato, paradossalmente, dalla caccia. Un animale che è simbolo della montagna, delle altezze, della verticalità, ma patisce la neve.

«L’incredibile storia dello stambecco delle Alpi» (Edt, 2026, pp. XII + 105, euro 11,40) è l’ultimo libro di Franco Brevini, docente di Letteratura italiana all’Università di Bergamo, noto esperto di letteratura dialettale ma anche autore di libri sulla montagna, la neve, i viaggi, che volentieri intrecciano, come anche quello in questione, saggistica letteraria e storico-culturale con dimensione diaristica e personale. Brevini presenterà il libro oggi, dalle 20,30, al Palamonti (via Pizzo della Presolana 15, Bergamo). Intervengono lo storico Stefano Morosini e il veterinario Luca Pellicioli. Introduce Carolina Paglia, presidente della Commissione Cultura del Cai di Bergamo, che promuove l’incontro.

Quella dello stambecco delle Alpi è una storia, spiega Brevini, che dura da «quattordici milioni di anni», tra strozzature anche esiziali, a prova di grande capacità di resistenza. In bilico non solo su creste, dirupi e costoni di roccia, dove la capra ibex si muove a bell’agio, come un consumato equilibrista, ma anche, e a più riprese, sull’abisso della sparizione definitiva.

L’ultimo salvataggio

Gli oltre 50.000 stambecchi che popolano oggi l’arco alpino «discendono dalle poche decine di capi scampati sul Gran Paradiso». Non casuale, allora, che il più antico parco nazionale italiano abbia eletto a proprio emblema il nobile profilo di uno stambecco. Suo «salvatore» può essere considerato Joseph Zumstein

Il suo ultimo salvataggio, sottolinea Brevini, è una storia «tutta italiana», perché due secoli fa «gli ultimi esemplari erano sopravvissuti unicamente sulle montagne fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Gli oltre 50.000 stambecchi che popolano oggi l’arco alpino «discendono dalle poche decine di capi scampati sul Gran Paradiso». Non casuale, allora, che il più antico parco nazionale italiano abbia eletto a proprio emblema il nobile profilo di uno stambecco. Suo «salvatore» può essere considerato Joseph Zumstein, «illuminato forestale di Gressoney», e, paradossalmente, cacciatore anch’egli.

Il 24 giugno 1820 il naturalista e scalatore scrive all’Accademia delle Scienze di Torino «un appello in difesa dello stambecco», e l’Accademia a sua volta «riesce a far varare al Luogotenente Tahon de Revel le Patenti che ne vietano la caccia».

I re d’Italia

I re d’Italia, Vittorio Emanuele II, Umberto I, Vittorio Emanuele III, furono «appassionati cacciatori di stambecchi», e, limitando alla riserva reale il diritto di caccia, contribuirono a salvarli. Nel 1922, «un mese dopo la marcia su Roma», Mussolini firma l’atto costitutivo del Parco Nazionale del Gran Paradiso, che significa un più sicuro porto per il nobile ungulato. Le cui ampie corna ricurve possono ancora, grazie a Dio, stagliarsi contro il cielo con «perfezione araldica».

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