Un traduttore alle prese con la persistenza dell’arte

RECENSIONE. Lessico familiare ai tempi di IA e Chat Gpt. Nel nuovo, bellissimo «L’idiota di famiglia» (Sellerio, pp. 520, euro 18), Dario Ferrari, già impostosi all’attenzione con il pluripremiato «La ricreazione è finita» (ivi, 2023), ricostruisce la storia di una famiglia, di nuovo, viareggina, dal punto di vista del figlio maschio.

Igor, da «quasi due decenni», è traduttore di libri degli altri, non essendo mai riuscito a scrivere un libro suo, e nemmeno a pubblicare un racconto su internet. Già il Prologo, incentrato sul senso (?) del mestiere di traduttore, vale intero il prezzo del biglietto. Un mestiere per gente che, come il diavolo, deve «convincere tutti di non esistere», sapendo benissimo di essere ingaggiato in una mission: impossible, pagata 20 euro a cartella, per «partorire il figlio di un’altra».

Igor a Roma convive (o è, dopo il gatto Igorino, il suo secondo animale domestico) con Marta, linguista aspirante accademica che è riuscita, invece, ad entrare nel giro persino televisivo, dopo aver pubblicato una specie di libretto rosa di Mao divenuto manifesto pop-femminista. A scuotere Igor dal tepore della malinconia irrompe un vocale della sorella: il «messaggio del disastro». La demenza senile del padre, Franco Nieri detto Herr professor, ex docente di storia e filosofia, comunista ortodosso, è a livello di guardia. Igor deve tornare a Viareggio, nella casa dove è cresciuto, al tavolo dove ha preparato la maturità. Il racconto, a cavallo fra passato e presente, dei suoi rapporti con padre, madre e sorella, consente di ricostruire, insieme, pezzi di storia del Novecento e vicende di un gruppo di famiglia in un interno.

Con bellissima ambiguità, il titolo «L’idiota di famiglia» rimanda insieme a «L’idiota» di Dostoevskij, romanzo-feticcio del padre, al Flaubert di Sartre («L’idiota della famiglia»), alla disistima cronicizzata, alla delusione narcisistica del padre nei confronti dell’unico figlio maschio, nonché all’intervenuta demenza paterna. Perché questo è anche il racconto anche della vita al «giro di boa», quando gli ex giovani devono cominciare a prendersi cura della fine dei genitori. Stupefacente, forse consolatorio, che nel limo indistinto della memoria dell’anziano la letteratura sia invece rimasta intatta, habitat di personaggi mai esistiti e dunque intangibili al deterioramento della memoria: «evidenza plastica della persistenza dell’arte e dell’impermanenza della realtà».

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