Gigi Petteni: «Il sindacato mi ha insegnato ad ascoltare. Ora continuo dietro le quinte»
L’INTERVISTA. L’ex sindacalista bergamasco Gigi Petteni racconta gli inizi, l’impegno nella Cisl, il ritorno a Bergamo dopo 18 anni e il desiderio di dedicare più tempo alla famiglia e al volontariato: «Non sono mai stato innamorato dei ruoli, mi sono sempre sentito un delegato sociale».
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Bergamo
Il percorso sindacale di Gigi Petteni comincia con un episodio che lui stesso definisce «tortuoso». Era il 20 giugno 1976 quando, giovane operatore, si presentò in una fabbrica convinto di dover seguire una vertenza sindacale. L’accoglienza, però, fu tutt’altro che semplice. «Mi dissero: «Sei venuto tu a fare il sindacato? Non hai avuto il coraggio di venire l’altro?», racconta Petteni e poi sorride: «Avevo sbagliato azienda». Nella stessa zona c’erano due fabbriche e lui si era fermato nella prima, proprio quella dove era in corso una vertenza complicata. «Il mio percorso sindacale poteva finire lì», ricorda. «Invece ho capito che il sindacato era una comunità, dove non sei mai solo».
L’arrivo in Cisl
Gigi Petteni, bergamasco, ha iniziato a lavorare nel 1970 alla Mobili Barcella di Bagnatica. Lì è diventato delegato sindacale. Dal primo luglio 1976 ha lasciato la fabbrica per dedicarsi a tempo pieno all’attività sindacale. Da allora ha ricoperto numerosi incarichi: operatore, responsabile in diversi settori, segretario generale della Cisl di Bergamo, segretario generale della Cisl di Milano, segretario confederale a Roma e presidente dell’Inas. Con nel cuore sempre lo stesso pensiero: «Occuparmi dei problemi delle persone».
«La mia scuola bergamasca: guardare le persone negli occhi»
Per Petteni il sindacato è stato prima di tutto ascolto. «La mia scuola, una scuola bergamasca, è stata quella di guardare sempre negli occhi le persone, affrontare e ascoltare i loro problemi e insieme cercare di costruire delle risposte» dice. Un lavoro che definisce «affascinante»: ascoltare le difficoltà dei lavoratori, sedersi ai tavoli di confronto e provare a tenere insieme le esigenze delle persone con quelle dell’impresa. «Non è stato facile coniugare questi bisogni», sottolinea. «Ma tante cose che oggi si vedono sono frutto di un lavoro fatto dietro le quinte».
La scuola edile e il lavoro che cambia
Tra i ricordi più significativi c’è anche quello legato alla scuola edile di Seriate. «Quando ero ragazzo, siamo andati in un posto dove c’erano dei rovi. Li abbiamo tirati via e lì abbiamo visto che poteva nascere una scuola edile» è il suo aneddoto. Da quell’intuizione, insieme ai costruttori, è cresciuta una realtà che oggi Petteni definisce «un’eccellenza». L’obiettivo era chiaro: far capire che anche i muratori dovevano formarsi, perché il loro è «un lavoro di qualità» destinato a disegnare la città del futuro.
Il ritorno a Bergamo e il modello Atalanta
Dopo 18 anni trascorsi lontano, Petteni è tornato a Bergamo. «Bergamo è bellissima. Mi sento debitore verso questa terra», dice. Guardando al presente, invita però a fare di più sul piano sociale. «Bisogna dare più valore all’ascolto. Noi siamo molto bravi quando c’è un’emergenza, ma bisogna avere la capacità di giocare d’anticipo». Il paragone è sportivo e arriva dall’Atalanta, grande passione di Gigi Petteni: «Ci ha entusiasmato perché giocava d’anticipo, arrivava prima sulla palla, impostava il gioco. Deve essere un modello anche dal punto di vista sociale».
Nonno di quattro nipoti: «Mi danno una spinta di futuro»
Oggi una parte importante della sua vita è dedicata alla famiglia. «Fare il nonno, per uno che ha fatto male il papà perché stava in giro nel mondo, è una cosa da recuperare», racconta. Petteni ha quattro nipoti, «tre principesse e un principe», e vuole avere più tempo per loro. «Loro ti danno questa spinta di futuro. Quando abbraccio la mia nipotina e poi leggo qualcosa, penso al mondo che dovranno affrontare. Questo ti aiuta a guardare con più responsabilità».
«Ora voglio fare cose di servizio, senza ruoli»
Per il futuro Petteni ha idee semplici: stare di più con i nipoti, seguire l’Atalanta e continuare a fare qualcosa per gli altri. Ma senza incarichi, senza visibilità, senza ruoli. «Quando hai avuto per tanti anni dei ruoli, almeno io sento l’esigenza di fare qualcosa che non necessariamente lo sappiano gli altri», spiega. «Ci sono tante cose da fare e ho voglia di fare cose che valgono per l’aiuto che puoi dare in silenzio a una persona». Anche perchè lo dice lui: «Non sono mai stato innamorato dei ruoli. Mi sono sempre sentito un delegato sociale».
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