Alessia, 9 anni d’amore: «I fondi per curarla? Li voleva donare agli altri»
IL LUTTO. Si è spenta tra le braccia di mamma e papà per una grave malattia. «Ci ha insegnato che l’amore non conosce la resa, anche quando tutto sembra perduto».
Verdellino
Ci sono storie lunghissime che finiscono con un punto, poi il nulla. E poi c’è quella della piccola Alessia Daminelli, che i suoi 9 anni li ha vissuti con l’energia di un’intera esistenza e il coraggio di una guerriera. La piccola, di Verdellino, si è spenta venerdì dopo una lunga battaglia contro la malattia, un medulloblastoma metastatico al cervello, che se l’è portata via senza però toglierle ciò che l’ha sempre definita: il sorriso e lo sguardo curioso di una bambina capace di accogliere la vita così com’è, anche quando fa male.
La storia della malattia di Alessia
Era il 13 febbraio 2025 quando la diagnosi è arrivata, spietata. Le cure sono partite al «Papa Giovanni XXIII», dove Alessia è stata sottoposta a un intervento chirurgico delicatissimo; poi un lungo percorso proseguito all’Istituto nazionale dei tumori di Milano, all’ospedale San Gerardo di Monza e anche a Lecco. Strutture diverse, dove ha trovato non solo professionalità, ma una profonda umanità da parte di medici, infermieri e operatori che le hanno sempre garantito tutte le terapie possibili e necessarie.
I cicli di chemioterapia, due autotrapianti, la radioterapia: un iter durissimo. A fine agosto i medici hanno sospeso tutto per provare a «lasciarla camminare sulle sue gambe» permettendole di riacquistare, seppur in modo ridimensionato, la sua quotidianità. Una finestra di serenità dopo mesi trascorsi in ospedale, da vivere a casa, ma anche tra i banchi di scuola, accanto ai compagni della quarta elementare e agli insegnanti, dove Alessia è tornata a essere la bambina luminosa che tutti ricordavano, punto di riferimento per i compagni più fragili e motivo di orgoglio per le maestre, che le sono sempre state vicine. «Anche se magari riusciva ad andare solo per un’ora, tornava a casa con il sorriso: per lei era tutto» racconta mamma Manuela Falzone.
A novembre il male si è ripresentato, più aggressivo, e a fine dicembre il mondo è crollato sotto i piedi: non si parlava più di guarire, ma di accompagnare, con le cure palliative a domicilio. «Avremmo potuto portarla in hospice, ma volevamo che restasse a casa, ed è stata una decisione condivisa anche con la sorella Noa, quella più giusta» continua la mamma. In questi ultimi tredici giorni la famiglia ha trovato la forza di affrontare tutto, nel posto più inaspettato. E Alessia, a soli nove anni, ha insegnato come affrontare il dolore per andare avanti. «Era lei a dirci di stare tranquilli. Non ha mai chiesto nulla, non si è mai lamentata: aveva un cuore grande, pensava prima agli altri che a se stessa». Solo una domanda, che pesa come una montagna: «Perché è successo a me?», pronunciata senza rabbia, senza accuse. «Voglio pensare – conclude mamma Manuela – che da lassù ci sia un progetto divino per Alessia, che ha vissuto i suoi 9 anni con l’intensità di una vita intera. Noi abbiamo fatto di tutto, le cose sono andate diversamente: ma rimane un messaggio più grande: nessuno deve sentirsi solo nella malattia».
La grandezza non si misura in anni ma in coraggio
Il viaggio di Alessia qui è finito, ma la sua eredità no: «Hai insegnato, nel tuo tempo breve e infinito, che la grandezza non si misura in anni, ma in coraggio. Che l’amore non conosce la resa, anche quando tutto sembra perduto. Che a volte le anime più “piccole” lasciano i solchi più profondi», sono le parole di papà Roberto. Negli ultimi mesi è riuscito a stare vicino alla figlia anche grazie ai colleghi della Phoenix di Verdello, che hanno donato ore di lavoro per permettere alla famiglia di restare unita in ospedale: un gesto semplice e potentissimo, che rispecchia ciò che è stata Alessia.
La raccolta fondi avviata nei mesi scorsi ha permesso di raccogliere più di 73mila euro, utilizzati per coprire le cure ma anche per fare del bene. «Era Alessia a decidere a chi donare: diceva che lei aveva sempre ricevuto tanto e quindi voleva dare altrettanto» racconta la madre. Fondi destinati al sostegno degli ospedali, ma anche alla Casa di Leo di Treviolo, che accoglie i genitori durante i ricoveri dei figli al «Papa Giovanni XXIII».
Sportiva e solare, prima della malattia Alessia giocava a tennis; durante i mesi più difficili invece aveva riscoperto il disegno, trovando nei colori il suo rifugio. Amava il calcio: era una tifosissima dell’Inter, che seguiva con papà e zia, e ad aprile, mentre era in cura a Milano, aveva anche incontrato Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter. Sul campo invece giocava con le Sharks della Orobica Calcio Bergamo, che con un lungo messaggio l’hanno ricordata come il loro angelo.
«Con i tuoi 9 anni – si legge sui social – hai dato un senso infinito alle parole giocare, crescere, sognare, che sembrano scontate ma hanno un valore più che mai intenso e importante per chi potrà arricchirle di futuro, quello che tu avrai per vegliare su tutti noi. Ora puoi correre veloce, senza più nessuna paura, con gioia e amore infiniti».
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