Mesa Popular, restituire un nome ai migranti dalla Rotta balcanica a Calais

LA STORIA. L’associazione bergamasca nata nel 2021 porta aiuti e raccoglie testimonianze tra chi scappa da crisi climatiche e politiche, conflitti, violenze e fame.

I diritti sembrano spesso parole lontane, principi scritti nei trattati e a volte difficili da tradurre nella vita quotidiana. Eppure prendono forma concreta: un paio di scarpe, un posto dove dormire, la possibilità di andare a scuola, una visita medica, un documento. È da qui che parte l’impegno di Mesa Popular odv, un’associazione nata nel 2021 dopo anni di attività informale da parte di un gruppo di amici che già si occupavano, a livello personale, di diritti e persone migranti. All’inizio l’attenzione era rivolta soprattutto ai confini. Il fine era portare aiuto fuori dal territorio italiano, lungo la Rotta balcanica o quelle migratorie. In Bosnia, a Calais, in Bielorussia, in Polonia: luoghi dove il diritto alla libertà di movimento viene quotidianamente negato e dove uomini, donne e bambini vivono mesi - a volte anni - sospesi, respinti, invisibili.

Voler vedere e ascoltare

«Ci siamo resi conto che i diritti venivano sistematicamente calpestati - racconta la presidente Simona Forlini, alla vigilia di un nuovo viaggio in Bosnia -. E non ci bastava più solo avere contatti con realtà che si occupavano di questi temi: volevamo vedere, ascoltare, raccogliere testimonianze in prima persona». Chi incontrano in queste terre di frontiera anche umana? «Persone che ormai vengono da ogni dove», dall’Iran al Maghreb, fino alla Thailandia. Scappano da crisi climatiche e politiche, da conflitti, violenze e fame. Cercano un luogo dove vivere, un futuro migliore. Accanto alla distribuzione di beni essenziali - vestiti, scarpe, sacchi a pelo, cibo - il lavoro sul confine è diventato anche un gesto di riconoscimento umano: «Le persone in viaggio smettono di essere viste come esseri umani: diventano tacitamente solo “migranti” - afferma -. Cerchiamo di restituire loro un nome, una storia, una relazione». Un gioco con i bambini, una chiacchierata, il tentativo di rispondere a bisogni immediati: piccoli gesti, semplici oggetti e attenzioni che però ridanno dignità. E un po’ di calore umano.

Ogni conquista - una scuola più vicina, una visita medica, un alloggio - richiede insistenza, tempo, energie da parte dei volontari

Con il tempo è emersa un’altra consapevolezza: le violazioni dei diritti non finiscono ai confini dell’Europa. Anche a Bergamo molte persone richiedenti asilo restano escluse dai percorsi di accoglienza istituzionale, soprattutto quelle che arrivano via terra, lungo la rotta balcanica. «Il tema dell’accoglienza è complesso. Andrebbe affrontato seriamente - dice -. Spesso queste persone non vengono inserite in nessun centro per mancanza di spazi. Rimangono in strada».

Le iniziative a Bergamo

Da qui nasce la scelta di attivarsi. Un primo appartamento ad Ambivere, messo a disposizione dalla Caritas interparrocchiale, ha ospitato in due anni una quindicina di giovani e li ha accompagnati nella ricerca dei documenti, del lavoro, di un’autonomia economica e abitativa. Attivo da poco anche un progetto di seconda accoglienza (creato in collaborazione con altri enti: Comunità di San Fermo, Mani Amiche onlus, la Ruah e Movimento Le veglie contro le morti in mare), per chi ha già i documenti e un lavoro, ma fatica a trovare casa. Un trilocale a Celadina, condiviso da persone provenienti da percorsi diversi (dalla baraccopoli di Rosarno alla Colombia), è diventato così un punto di ripartenza. 


Il rispetto dei diritti umani

Il lavoro quotidiano, però, è fatto anche di emergenze. Famiglie con minori senza alloggio, persone malate, situazioni di estrema fragilità. Ogni conquista - una scuola più vicina, una visita medica, un alloggio - richiede insistenza, tempo, energie da parte dei volontari. In molti casi spetta alle istituzioni e al sistema dare delle risposte, eppure tutti hanno una responsabilità: «È compito di ogni cittadino continuare a chiedere il rispetto dei diritti umani per le persone migranti e pretendere che gli organi preposti diano risposte concrete. Spetta a tutti informarsi, non accettare narrazioni semplificate». Infine è necessario ricordare che accogliere può anche significare «guardare le persone negli occhi e chiedersi cosa li ha spinti a partire, o mettere a disposizione dell’associazione una seconda casa sfitta perché venga data a persone migranti», conclude.

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