Martedì 19 Novembre 2013

Bergamo era capitale dei confetti

Ma il primato ci è stato scippato

Macchinario per la lavorazione dei confetti

Rosa o azzurri per il battesimo, rossi per la laurea, verdi per il fidanzamento, bianchi per il matrimonio. Per ogni occasione o anniversario che si rispetti, i confetti cambiano tinta, ma non possono mancare. Un arcobaleno di colori che avvolge mandorle e zucchero. E come il galateo insegna, finiscono rigorosamente in numero dispari nel sacchetto o nelle bomboniera.

Strana storia quella dei confetti. I più blasonati escono firmati con grafie liberty dalle antiche confetterie di Andria e Sulmona, per prendere le strade di tutto il mondo.Eppure ci fu un tempo in cui Bergamo era ritenuta un’autentica capitale dei confetti, una città zuccherina. Un dolcissimo primato che - ahimé - ci è stato scippato dalle città del sud. Questa è fra l’altro una di quelle pagine completamente dimenticate, per alcuni versi mai scritte della nostra storia.

A supportare la nostra tesi ci sono svariati testi dell’800. In una «Raccolta di prose e di lettere scritte nel secolo XVIII» (1830) tale G. Battista Roberti racconta al nobile Giuseppe Beltramelli che un familiare di questi, Padre Antonio Beltramelli, «donava spesso de’ confetti di Bergamo, che hanno fama tanto gloriosa» e più oltre li definisce «delizione cestelle venute da Bergamo». Anche nelle «Rime gravi e rime piacevoli dell’abate Antonio Cesari» (1832) si legge che «Al pranzo delle nozze si fo ragione, che le chicce e’ confetti bergamaschi, andranno verbigrazia in pricissione».

E nel «Saggio d’alcune voci toscane d’arti mestieri e cose domestiche» di Antonio Bresciani (1839) si offre un dialogo sulla pasticceria fra tali Pippo e Nanni, dove uno chiede all’altro se ha avuto «in dono per capo

d’anno, o per nozze confetti di Puglia, di Bergamo, e di Sicilia». In una lettera datata 26 maggio 1787 il cavaliere Camillo Avogadri mandava a don Alessandro Barca «una cassetta di confetti di Bergamo».

Insomma non mancano frammenti di letteratura che ricordano quella tradizione così dolce e le nostre non possono essere solo congetture. Va poi segnalato che nel XVII secolo i confettieri avevano ben sette rappresentanti del Consiglio che riuniva industriali e commercianti.

L’arte di preparare i confetti pare sia stata portata fra le nostra Mura da qualche bergamasco che nel XVI secolo ritornava da Venezia, dove questi dolciumi erano in larghissimo uso da secoli. In Laguna i confetti erano presenti già nel 1200 portati dai mercanti dall’estremo Oriente. Se ne distribuivano a bizzeffe e i nobili li lanciavano dai balconi durante le feste di carnevale. Alla fine dell’800 la città ospitava fabbriche di confetti a Colognola, nelle vie Previtali, Calepio, Madonna della Neve, Borgo Palazzo, Maglio del Lotto e in provincia, ad esempio Cologno al Serio.

In un articolo apparso su «L’Eco di Bergamo» agli inizi degli anni ’60, Luigi Pelandi racconta marginalmente di questa tradizione, che peraltro non è del tutto scomparsa visto che in città e provincia vi sono alcune fabbriche dolciarie che producono i confetti. «Dal XVI secolo, mentre certi prodotti dolciari, come ad esempio i confetti bianchi per sposi, sono rimasti con le loro caratteristiche originarie - scrive Pelandi -, altri in grande varietà si sono venuti trasformando o imponendo. Ricorderemo i gianduiotti, le spumiglie ecc. Dalla bottega artigiana alla fabbrica moderna, molti sono stati i progressi tecnici compiuti, progressi che si trovano ben presenti nell’attività della antica fabbrica Carminati, fondata nel XVII secolo e che produceva confetti per tanta parte d’Italia con le cosiddette branlantes che sono dei recipienti di rame, a forma di calotta sferica sospesa, con due catene, al soffitto e che vengono continuamente mossi a mano con oscillazioni e rotazioni, affinché i confetti rotolando gli uni sugli altri assumessero l’aspetto caratteristico loro proprio. In via Maglio del Lotto, in quei locali già in uso ad un Convento, utilizzando la cascata dell’adiacente roggia, venne impiantato un motore idraulico che provvedeva a far girare le bassine o bacinelle. Le bacinelle erano delle vere e proprie macchine, provviste di telaio e di meccanismi che permettevano di utilizzare la forza motrice idraulica».

E quelli bergamaschi non erano sono bianchi. Pelandi raccogliendo le «memorie di un giovane appassionato della sua gustosa industria, il chimico Zaccarelli, che con il signor Franchetti» dirigeva «la Società per la fabbrica dei dolciumi in via Borgo Palazzo al 106» spiega che le specialità bergamasche

dei secoli scorsi erano i «cedroni», i «diavoloni», grossi confetti «piacevolissimi ma assai duri e certamente poco adatti a tutti i denti: i confettoni con dediche e poesiole, gli «arlecchini», che erano una specie di melassa a dolcezza contrastante a tanti sapori». Insomma una storia dolcissima, che non c’è più, si è dissolta sotto il palato. Lasciandoci l’amaro in bocca.

Emanuele Roncalli

© riproduzione riservata