Per le donne bergamasche la maternità non è solo una scelta affettiva, ma uno spartiacque professionale che le costringe a un ruolo da equilibriste, sospese tra la volontà di lavorare e la necessità di gestire la casa. Secondo le analisi della Cisl di Bergamo sui dati di Save the Children, la cosiddetta "penalità per la maternità" — ovvero il sacrificio in termini di carriera e stipendio — raggiunge il 33%, con effetti negativi che si trascinano per tutta la vita lavorativa.Il divario tra padri e madri in provincia è netto. Mentre per gli uomini la paternità sembra quasi favorire l'occupazione (lavora il 92% dei padri), per le donne accade l'opposto. Se il tasso di occupazione femminile generale è già inferiore di 20 punti rispetto a quello maschile, il confronto diretto tra chi ha figli è impietoso: la quota di madri lavoratrici scende dal 69% (per chi non ha figli) a meno del 59% per chi ne ha due o più.A rendere precario questo equilibrio è la qualità dei contratti e il livello delle retribuzioni. In provincia, oltre la metà delle nuove assunzioni femminili è a tempo parziale. Complessivamente, 1 madre su 3 lavora con orario ridotto e, in oltre un caso su dieci, si tratta di un part-time involontario: una scelta obbligata dalla mancanza di servizi di supporto che riduce drasticamente lo stipendio mensile e la futura pensione.Questa fragilità economica alimenta la glaciazione demografica: le nascite a Bergamo sono crollate del 33% in vent'anni, toccando il minimo storico di 7.200 nati nel 2025. Nonostante 2 donne su 3 desiderino avere figli, la realtà dei contratti precari e la carenza di tutele rendono la maternità un rischio economico che molte, oggi, non possono più permettersi di correre.Il servizio di Paola Abrate
