Martedì 15 Novembre 2011

Rossattini: «Così la Cassazione
mi ha restituito l'onorabilità»

Egregio direttore

da poco tempo è stata pubblicata la sentenza estesa della Corte Suprema che, in quattordici pagine, ripercorre compiutamente la mia vicenda giudiziaria sin dal primo grado, dove nel febbraio 2005 ero stato chiamato in giudizio per rispondere, anche in concorso con terzi, di tre contestazioni di reati di corruzione propria, tre di peculato, una di abuso d'ufficio.

La mia immagine personale e professionale distrutta completamente, con prevedibili conseguenze sul piano dei rapporti familiari, di amicizia e di conoscenza. Solo la bravura dei miei avvocati mi aveva evitato il carcere e gli arresti domiciliari. Cinque anni di indagini, migliaia di pagine di intercettazioni, pedinamenti, sei anni di processi con 47 udienze, questi in sintesi i dati crudi della vicenda, dai quali è possibile calcolare quanto lo Stato, la Regione, l'Azienda ospedaliera e l'Asl, oltre al sottoscritto, hanno dovuto spendere.

Forse non tutti sanno, e i giornali non l'hanno mai ricordato, che nell'aprile del 2005 mi sono spontaneamente dimesso, anche se non obbligato, dall'incarico di direttore generale dei Riuniti, con l'impegno da parte di autorevoli rappresentanti regionali, mai onorato, che a conclusione positiva «si sarebbero ricordati di me»! La Cassazione poteva semplicemente dichiarare la nullità della sentenza di appello per omessa notificazione del decreto di citazione alla persona dell'imputato oppure lasciar trascorrere il poco tempo che mancava per la prescrizione. Invece, e ne sono positivamente meravigliato, ha prodotto una esemplare, approfondita lezione di diritto che mi restituisce in pieno, almeno questa, la mia correttezza e onorabilità che per un dirigente di servizio pubblico sono il bene più prezioso.

Cito alcune frasi della sentenza della Cassazione a dimostrazione di quanto ho testè scritto:

- «Nullità assoluta e insanabile della sentenza per omessa notificazione del decreto di citazione per il giudizio di appello alla persona dell'imputato»; - «erronea applicazione dell'art. 323 c.p. e contraddittorietà ed illogicità della motivazione sulla ritenuta sussistenza degli abusi d'ufficio»;
 - «Non soltanto non è in alcun modo provata la finalizzazione dell'atto di incarico consulenziale e di impegno contrattuale per i servizi commissionati alla produzione di un vantaggio ingiusto, reale o potenziale per i due supposti beneficiari, ma neppure è in concreto dimostrata la ribadita illegittimità dei due atti incriminati»;
 - «Sommaria e in definitiva apparente è l'indagine sul dolo del reato di abuso nel comportamento dell'imputato»;
- «Erronea applicazione dell'art. 314 co.2 c.p. e illogicità della motivazione in merito alla confermata rilevanza penale degli usi impropri di autovetture di servizio dell'ente e di personale dello stesso per ragioni estranee alla funzione»;
- «Carenza e illogicità della motivazione in ordine alla liquidazione del danno in favore delle due parti civili OO.RR. di Bergamo e Regione Lombardia e alla determinazione delle provvisionali loro concesse».

Ci sono anche altri passaggi importanti nella sentenza della Corte a conferma della mia piena innocenza, ma voglio sottolineare questo riconoscimento: «...i giudici di appello trascurano di considerare la peculiare qualificazione professionale e manageriale dell'imputato risalente negli anni e che, nella sua anteriore veste di direttore generale dell'Asl della provincia di Bergamo, gli ha permesso di acquisire piena conoscenza delle carenze funzionali delle strutture sanitarie della provincia, ivi inclusa la più grande e articolata di loro formata dal comparto ospedaliero del capoluogo, e dei settori richiedenti radicali interventi riorganizzativi, quale quello del generale supporto di informatizzazione della struttura proprio al fine di renderla - nel rispetto di canoni di economicità gestoria - più efficiente e più competitiva». Questa esemplare sentenza è di fondamentale importanza, anche se non mi restituisce tanti anni di sofferenza che credo di aver sopportato con pazienza e dignità, pur nella consapevolezza di non aver commesso alcun reato. Ritengo però doveroso che venga almeno in parte fatta conoscere per quelli che hanno fatto di tutto per prendere il mio posto prima all'Asl e poi ai Riuniti, le persone che da subito mi hanno giudicato colpevole, i dubbiosi e quelli che mi hanno tolto il saluto. Non certo per quelli che, conoscendomi bene, avevano fiducia in me e mi sono stati vicini in questa lunga tribolazione.

Caro direttore mi scuso per la lunghezza del mio scritto, ma mi creda l'esperienza umana e professionale che ho vissuto nella sanità bergamasca è molto importante per la mia vita, anche se si è conclusa in modo tragico, ma la vita continua e ora mi dedico alle persone anziane per cercare di dare maggior qualità al tempo che a loro rimane. I più cordiali saluti.

Stefano Rossattini

e.roncalli

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