Venerdì 25 Novembre 2011

Yara, «il killer l'aveva già vista»
Cellulari, tutta la zona è mappata

Se c'è una certezza nell'omicidio di Yara Gambirasio è il fatto che l'omicida, la sera del 26 novembre dell'anno scorso, si è spostato, in tempi relativamente brevi, da Brembate Sopra – dove la tredicenne è stata rapita nelle vicinanze del centro sportivo di via Locatelli – e Chignolo d'Isola, dove il corpo della ragazzina è stato abbandonato in un terreno di via Bedeschi, dove Yara è morta.

Un tragitto di una decina di chilometri in tutto, che varia di poco a seconda della strada che si percorre: ma lungo il quale è costante la copertura telefonica. Gli inquirenti hanno controllato (e lo stanno ancora facendo) minuziosamente il traffico telefonico della sera del 26 novembre e già centinaia di persone che sono risultate collegate con il proprio cellulare a uno dei ripetitori del percorso sono state sentite dagli inquirenti e sottoposti al prelievo di un campione di dna.

Un ramo d'indagine che, finora, non ha portato ad alcun risultato concreto, ma che non viene però abbandonato. Gli inquirenti hanno più volte ricostruito il percorso dell'assassino, anche partendo proprio dagli «agganci» dei telefonini alle varie celle. Un lavoro molto sofisticato e tecnicamente complesso che ha eseguito, assieme ad alcuni collaboratori, anche la criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone.

«Il movente è sessuale» - L'accertamento tecnico consiste nel ripercorrere il tragitto dell'assassino da Brembate Sopra a Chignolo e registrare a quante celle – e con quale intensità del segnale – si collega un apparecchio telefonico mobile.
Quanto alle modalità dell'omicidio, la criminologa Bruzzone – che segue con attenzione il caso fin dall'inizio – resta convinta che il movente sia di natura sessuale: «L'età della vittima, di soli 13 anni – spiega –, il fatto che appartenga a una famiglia a modo e una vita del tutto cristallina non può che ristringere l'ambito dell'indagine alla sfera sessuale».

«L'assassino conosceva Yara» - Secondo Roberta Bruzzone l'assassino è una persona che in qualche modo conosceva Yara: «Non intendo, con questo, una persona sua amica – sottolinea la criminologa –, quanto piuttosto una persona che doveva avere necessariamente avuto un minimo di contatto con lei per acquisire in qualche modo la sua fiducia. Trattandosi di una ragazzina educata, se qualcuno, magari già visto, le avesse chiesto un'informazione in strada, di certo non si sarebbe tirata indietro».

Roberta Bruzzone non nasconde qualche perplessità sulle modalità delle indagini, in particolare nella fase della ricerca del corpo: «All'origine del caso, quando il corpo di Yara non era ancora stato trovato, si dava per scontato che fosse stata rapita, mentre è purtroppo noto che, in casi del genere, la vittima ha una prospettiva di vita di 30, al massimo 72 ore. Per questo, secondo me, già dall'inizio si sarebbero dovuti mettere in campo dei cani specializzati nella ricerca dei cadaveri e non di ricerca di persone scomparse, come è stato fatto. L'eccessivo ottimismo, purtroppo, all'inizio ha spinto a sottovalutare alcuni aspetti. Trovare il corpo di Yara prima non le avrebbe certo restituito la vita, però probabilmente avrebbe fornito qualche elemento in più dal punto di vista scientifico».

«Forse gravitava nell'edilizia» - «Già di per sé le tracce di dna non sono sempre chiare – prosegue la criminologa –, figuriamoci su un corpo rimasto all'aria aperta per tre mesi di seguito. Tornando al profilo del possibile assassino, penso si tratti di una persona non necessariamente del posto, ma che ha avuto per forza dei contatti, probabilmente lavorativi, con la zona di Brembate Sopra. Alcuni elementi portano al mondo dell'edilizia e sappiamo che nel territorio dove è avvenuto l'omicidio i cantieri sono numerosi. Non solo: molti operai potevano anche non essere in regola con il contratto di lavoro e quindi possono non aver lasciato traccia della loro presenza».

«Chi ha rapito e ucciso Yara ha probabilmente pianificato in parte il delitto – aggiunge Roberta Bruzzone – e non è da escludere che si tratti di una persona che già si era resa protagonista di reati sessuali». La criminologa si dice infine vicino alla famiglia di Yara: «La riservatezza che li contraddistingue credo sia in parte dovuta anche al fatto che, pochi mesi prima, anche loro avevano assistito ai risvolti mediatici del caso Scazzi. E probabilmente hanno preferito evitare di entrare nel tritacarne mediatico».

Fabio Conti

a.ceresoli

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