Sabato 26 Novembre 2011

Da un anno Yara non c'è più
«Bisogna guardare col cuore»

«Se dimentichiamo è come se avesse vinto l'assassino». È tutto qui, nella frase di don Corinno Scotti, parroco di Brembate Sopra. Il resto di questo articolo serve, forse, solo per appenderci le sue parole fattuali e dolcissime, prive di quegli «ismi» che permeano la quotidianità della società della comunicazione: culturalismo, pietismo, opportunismo, sconfittismo. Talvolta non bisogna guardare con gli occhi, ma con il cuore. E ciò che si vede è la verità.

Da un anno Yara non c'è più. È scomparsa mentre faceva sera il 26 novembre 2010. È uscita dalla palestra di ritmica e mentre apriva la porta ha detto alle sue compagne: «Ciao a tutte, io vado». Intendeva a casa, ma nessuno dei suoi cari l'ha più vista viva. Per la verità lei ha fatto in tempo, qualche minuto dopo, a rispondere a un sms di un'amica che le chiedeva l'ora della gara della domenica successiva. Poi anche il cellulare, lo strumento che regola il battito cardiaco dei nostri figli, si è spento per sempre.

Esattamente tre mesi dopo, dentro lo stesso freddo di un pomeriggio di febbraio, un aeroplanino radiocomandato l'ha ritrovata. È caduto in un campo col motore inceppato. Un luogo desolato, fra un capannone e un corso d'acqua che porta a valle liquami nella zona industriale fra Chignolo e Madone. Lì c'era Yara e aveva tredici anni. Ricordiamo il suo sorriso e quella foto sull'altare. Lei sportiva, delicata e forte come tutte le adolescenti troppo grandi per essere ancora bimbe e troppo piccole per essere già signorine. Lei da un anno ci sta chiedendo di non dimenticare.

Non abbiamo mai sopportato la canea mediatica e quella testuggine di telecamere e microfoni che imprigionano le persone dentro il teatrino dell'ovvio. Ci ritroviamo disarmati davanti ai teleschermi dove tutto è appiattito e anche la disperazione fa parte della commedia. Ma dall'altra parte della strada non può esserci solo il silenzio. Non in questi giorni, non oggi. Non può esserci solo la testimonianza muta di quel dolore collettivo che per un anno è stato il tratto più nobile della comunità.

A Brembate vive gente forte, scolpita dentro valori consistenti e capace di proteggere lo strazio di una famiglia con l'affetto e la preghiera. Persone che ci hanno insegnato - mentre sulle scene di altri delitti irrisolti tutti si comportavano come se si trovassero dentro un talk show della vita -  a soffrire in silenzio, a interrogarci in silenzio, a urlare in silenzio. Ma il silenzio non può essere dimenticanza, non può evocare passività. Non c'è quiete dentro gli animi di chi aspetta che qualcosa accada.

C'è fiducia negli investigatori, c'è consapevolezza che nella prima fase delle indagini (di solito decisiva) non tutto ha funzionato. E c'è la certezza che oggi, seppure a piccoli passi, ci si stia avvicinando alla verità. Ma sappiamo che il ricordo, in questi giorni, non è solo forma bensì sostanza. «Se dimentichiamo è come se avesse vinto l'assassino», è l'invito più puro che giunge dall'altare.

Non vogliamo dimenticare Yara guardando altrove. Non vogliamo abbandonarla ancora una volta come una bambola spezzata, in un campo troppo anonimo, dentro una notte troppo fredda.

Giorgio Gandola

r.clemente

© riproduzione riservata