Moro: «Due mesi tra i ghiacci
E sul web sessantamila fan»

Due mesi, 60 giorni, 86.400 minuti. Pensateli in una tendina sulle pendici della nona montagna della Terra, il Nanga Parbat: non la più alta, ma la più grande, quella con il maggior dislivello tra il campo base (3.600 metri) e la cima (8.125 metri).

Due mesi, 60 giorni, 86.400 minuti. Pensateli in una tendina sulle pendici della nona montagna della Terra, il Nanga Parbat: non la più alta, ma la più grande, quella con il maggior dislivello tra il campo base (3.600 metri) e la cima (8.125 metri).

Pensateli lì, in pieno inverno, a pianificare l’ascensione, a provarci e riprovarci, per poi dover fare dietrofront e rimettersi sulla strada di casa. Un buco nell’acqua? Lo avessimo chiesto a un alpinista trenta, venti o anche solo dieci anni fa, ci sarebbe stato poco da discutere. I risultati all’epoca si misuravano rigorosamente in quote raggiunte e scalatori in vetta. Punto e a capo.

Lo chiedi a Simone Moro, protagonista assieme a David Goettler ed Emilio Previtali di quest’avventura , e la risposta è molto meno scontata: «Sono soddisfatto», dice senza girare troppo attorno al discorso. Una soddisfazione che dà anche la misura dell’uomo - scalatore, esploratore e grande comunicatore - ma parla anche di un modo nuovo di guardare all’alpinismo. Un alpinismo dove oltre alla meta conta anche il viaggio. E dove proprio il modo di raccontarlo può fare la differenza.

Allora Moro, come mai è così contento?

«Innanzitutto perché sono tornato vivo dalla mia cinquantesima spedizione che è anche la dodicesima in inverno. Poi perché siamo comunque arrivati a settimila metri sulla montagna più grande del pianeta e nella stagione più difficile non è affatto uno scherzo. Infine perché questo progetto è stato anche un grande successo dal punto di vista mediatico».

Ci spieghi meglio.

«Ho sempre cercato di raccontare le mie avventure spendendomi personalmente, questa volta ho deciso di portare con me una persona che si dedicasse solo alla comunicazione e cioè l’amico Emilio Previtali. Un tempo in spedizione c’erano gli alpinisti e il sacerdote, poi è arrivato il medico, adesso la nuova figura nelle spedizioni potrebbe essere proprio quella dello storyteller. L’intuizione è stata mia, ma il resto è tutto merito di Emilio che ha fatto davvero un gran lavoro, avendo non solo la capacità di comunicare, ma, essendo egli stesso alpinista, anche gli strumenti per interpretare ciò che accedeva e raccontarlo in maniera adeguata».

Nel successo hanno avuto un ruolo fondamentale anche i social.

«Sì, sicuramente, il meccanismo della condivisione consente di moltiplicare i contatti in maniera esponenziale arrivando a utenti altrimenti difficili da raggiungere. Attenzione però: ci siamo affidati a Facebook & c, senza però adattarci al loro linguaggio. Niente di frivolo o virtuale. Abbiamo cercato di restare autentici facendo passare con questi strumenti le emozioni vere, il freddo, la fatica e l’attesa. È stato il mondo social ad adeguarsi e ad accogliere questo nostro modo di raccontare».

In numeri cosa significa?

«Non disponiamo evidentemente di quelli complessivi, essendo una comunicazione molto frammentata e articolata. A livello esemplificativo posso però portare i dati della mia pagina Facebook che ha registrato 2-300 mila contatti la settimana, dove ogni post veniva letto da un minimo di 20 mila utenti fino a un massimo di 60 mila. Sono numeri mostruosi. Si parla di milioni di contatti».

Torniamo all’alpinismo vero e proprio: dopo due mesi quanto vi è costato fare dietrofront?

«Paradossalmente, proprio perché ci siamo giocati tutto, non abbiamo battuto ciglio. Nel momento in cui abbiamo deciso di rinunciare (tra il 28 febbraio e il 1° marzo, ndr) sapevamo che durante gli ultimi quindici giorni d’inverno di finestre meteo utili non se ne sarebbero più presentate. Abbiamo trovato più giusto, saggio e, per certi versi anche educativo, fare marcia indietro: le carte bisogna giocarsele tutte, ma senza mai forzare gli eventi».

Proprio mai?

Possibile che con tutti gli sponsor che avete alle spalle, il loro peso non si faccia mai sentire?

«Zero. Potrà forse sembrare impossibile ma non abbiamo mai avvertito alcuna pressione. Anche perché abbiamo dei ritorni ottimi: tutti i miei sponsor, compresa The North Face, considerano questa spedizione uno dei più grandi successi dal punto di vista della comunicazione grazie al seguito mediatico di cui parlavo. Sono contenti perché conoscono bene il tipo di alpinismo che sto affrontando, un alpinismo esplorativo e con prestazioni talmente al limite che sanno sin dall’inizio quanto basse siano le possibilità di successo».

Ecco, a questo proposito: c’è mai stato un momento in cui avete avuto la percezione di averne di più rispetto a quel 10-20 per cento dichiarato alla partenza?

«Sinceramente no. Il problema era legato soprattutto alle condizioni della parete sopra i 7 mila metri dove la via Shell piega passando dal versante Rupal al Diamir. Non ne sapevamo nulla e infatti quando David è arrivato a 7.200 metri è stato costretto a fare dietrofront per la presenza di troppa neve, oltre che per il meteo sfavorevole. Di fatto è una via eccessivamente lunga per essere affrontata in inverno».

E vostri errori? C’è qualcosa che non rifareste?

«Personalmente no. Durante l’ultimo tentativo mi sono trovato a fare una scelta – ho ceduto cioè la tenda tra campo 2 e campo 3 a David bivaccando con i polacchi un po’ più in basso – e la rifarei, nonostante questo mi sia costato una nottataccia, per di più col mal di stomaco, e al mattino il dietrofront. Nessun rimpianto. Sicuramente il prossimo tentativo lo farò sul versante Diamir, là dove avevo già scalato con Denis Urubko».

Parliamo allora del futuro: dopo le invernali, qual è la nuova frontiera dell’alpinismo?

«Anche se mancano ancora degli ottomila da scalare in inverno, penso che saranno i settemila inviolati e le vie nuove in stile leggero sugli ottomila: le candidature al Piolet d’or e le nuove tendenze vanno in questa direzione».

E la sua di frontiera?

«Il Nanga Parbat in inverno resta un obiettivo anche per il prossimo anno. Adesso però c’è la famiglia a cui dedicarsi e ai primi di aprile uscirà il libro che ho scritto per Rizzoli».

Titolo?

«In ginocchio sulle ali».

Di cosa parla?

«Racconta dell’altra mia grande passione in quota: quella per gli elicotteri. Proprio l’anno scorso questi progetti hanno subito una brutta battuta d’arresto perché il velivolo è precipitato. Non è facile, ma sto cercando di realizzarli comunque. Il titolo nasce da qui. E il messaggio, in un periodo di difficoltà generale come quello che stiamo vivendo, mi sembra importante: perché trovare la forza per risollevarsi non è mai facile. Per riuscirci, ne sono convinto, è fondamentale avere un sogno da coltivare».

Emanuele Falchetti

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