Domenica 30 Marzo 2014

Ultrà, c’è il ricorso del pm:

è associazione per delinquere

Da sinistra l'avvocato Enrico Pelillo, il bocia - Claudio Galimberti e l'avvocatoAndrea Pezzotta

Il pm Carmen Pugliese non si arrende: vuol giocare la partita fino ai tempi supplementari, se necessario fino ai calci di rigore. Per questo ha depositato un ricorso alla Corte di Cassazione contro la sentenza con cui il giudice dell’udienza preliminare Patrizia Ingrascì ha pronunciato il non luogo a procedere per il capo ultrà atalantino Claudio «Bocia» Galimberti e cinque suoi fedelissimi, prosciolti dall’accusa di associazione per delinquere insieme al segretario provinciale della Lega, Daniele Belotti (che era accusato di concorso esterno).

Il ricorso alla Suprema Corte è l’ultima freccia nell’arco del pubblico ministero per cercare di salvare l’impianto della sua maxi inchiesta, un’indagine che ha segnato un cambio di passo nel contrasto al tifo violento, in particolare proprio per l’ipotizzata accusa di associazione per delinquere, ma che finora non ha retto al vaglio della magistratura giudicante.

Secondo il pm e la squadra mobile della questura - che condusse le indagini e le intercettazioni telefoniche - i disordini allo stadio, i danneggiamenti, le risse, non erano episodi estemporanei, ma il frutto di una strategia della violenza governata dal capo ultrà Galimberti e dai suoi colonnelli, che potevano avvalersi, sempre secondo la lettura del pm, di una vera e propria organizzazione con tanto di suddivisione in ruoli: le vedette, i picchiatori, chi portava dentro gli striscioni, chi si occupava del conto corrente e dell’assistenza legale.

Opposta la conclusione a cui sono giunti prima il gip Alberto Viti (che rigettò parzialmente le misure cautelari chieste dal pm per gli indagati) e soprattutto (a fine febbraio di quest’anno) il gup Patrizia Ingrascì: gli ultrà non sono un’associazione per delinquere. Il giudice lo ha detto chiaro e tondo, anzi, lo ha messo per iscritto nelle 26 pagine di motivazione della sentenza.

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