Domenica 17 Novembre 2013

«Un figlio morto, vuoto terribile»

La testimonianza di 4 genitori

Davanti ad alcune lapidi del cimitero

Mirko, Maria Gabriella, Eleonora, Danny, Claudio e Umberto. Tanti, troppi ancora. Vite spezzate al rientro da una serata tra amici, un giro come tanti, l’ultimo saluto a casa, «ciao, io vado» e poi stop. I loro sorrisi non si cancellano «ma loro non ci sono più, è un vuoto enorme che devasta».

Marisa Giuffrida è appena rientrata dalla sua giornata di lavoro nel negozio di parrucchiera che ha a Bonate Sotto, quando si presta a riaprire la sua piaga mai rimarginata. Racconta della sua Maria Gabriella, un trionfo di bellezza e voglia di vivere che esprimeva nella passione per il ballo latinoamericano e, davanti a sé, oltre al lavoro in una ditta di trasporti a Lallio, un futuro come modella. Gabriella Caruso, di Verdello, aveva 24 anni quando un terribile schianto le spezzò tutto. «A lei e all’amica Alfina, di Bergamo – aggiunge mamma Marisa –: stavano tornando da una serata nel Bresciano, insegnavano ballo e si erano esibite in una discoteca. Sono morte sul colpo».

Della Clio di Gabriella scaraventata da un’altra auto nella corsia opposta e poi centrata in pieno da una terza macchina, Marisa parla con serena lucidità, sono trascorsi sei anni da quel 4 marzo del 2007. Ma fa sempre e ancora male, «i ricordi sono sempre duri: a noi genitori sembra sempre sia successo venti minuti fa».

È stato duro e difficile, eppure «non sentivo niente, per un paio di mesi non riuscivo a sentire nulla», nemmeno il dolore fisico dell’intervento subìto il giorno prima che la sua primogenita se ne andasse. «Mi hanno salvato mio marito e la mia seconda figlia. Ricordo benissimo cosa mi disse: “Mamma, ho già perso mia sorella, vuoi che perda anche te?”». Aveva capito che dietro a quello stare rintanata a letto di sua madre si nascondeva la voglia di raggiungere la sua Gabriella.

«Ma io ho tanta fede, anche oggi mi aiuta questo. Per lo meno ci credo, so che mia figlia mi aspetta». È ciò che Marisa trasmette ai familiari di chi si trova nella sua stessa situazione. «Una volta ho letto su L’Eco di un incidente, il ragazzo morto non abitava troppo distante da me, così sono andata da loro, ho mollato il negozio e sono andata. Mi hanno accolto molto bene». E le hanno chiesto, altri le chiedono di continuo «come faccio ad essere qui a raccontare la mia tragedia». Lo fa e aggiunge che «la vita è un soffio, bisogna viverla bene. E stare attenti a tenere unita la famiglia. Mia figlia vorrebbe così».

Di questo è convinta anche la mamma di Mirko di Filago. Aveva 21 anni quando, nel giugno del 2008, perse la vita sulla sua moto da cross. «È morto sul colpo e sono presto cominciati i segni che lui è ancora qui con me» dice sua madre, rinata dopo cinque mesi di buio atroce, con pensieri altrettanto cupi nella testa. «Pensavo che senza di lui non potessi più andare avanti – aggiunge –, ma ho avuto dei segni che, oggi, mi fanno ringraziare tutti i giorni la Madonna, nonostante tutto. Ora certo c’è la nostalgia, ma dico: il mio Mirko è là al sicuro. Il Signore toglie per aprirci un’altra strada». Per lei così come per la mamma di Gabriella, un aiuto concreto è giunto dall’Associazione vittime della strada. Le due donne parlano del conforto della condivisione, il potersi dire «è successo anche a me, so cosa significa».

Così, se Marisa quando serve non riesce a dire di no e corre agli incontri organizzati da Ivanni Carminati, «per essere utile anche con quel poco che posso dare», anche Lucia e Tiziano Vavassori oggi saranno a Ponte San Pietro. Sono i genitori di Sonia e vivono a Osio Sopra. La loro prima figlia aveva 22 anni, lavorava come impiegata in un’agenzia immobiliare e da tempo in suo nome e a favore dell’Associazione vittime della strada organizzano eventi musicali. Nel loro paese, attraverso l’organizzazione de «Il magico baule» del quale fa parte l’ex titolare di Sonia, Fulvio Valenti, hanno portato La Traviata e «Jesus Christ superstar», per fare alcuni esempi. «E Lucia organizza banchi vendita con oggetti preparati da lei. L’offerta è libera e tutto il ricavato va all’associazione – racconta Tiziano –. Cerchiamo anche di sensibilizzare la gente su questo tema. Finchè non è capitato a me dicevo “poverino”, ma dal 12 gennaio del 2008 è cambiato tutto. Dovevo fare qualcosa». Per Sonia, morta «a Dalmine, sulla strada camionabile vicina al passaggio a livello» e per il suo ragazzo, uscito dal coma con addosso i segni di quello schianto. «Avrò sempre in mente la sua ultima frase: “Ciao, io vado”».

Marta Todeschini

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