Aiutano i sopravvissuti: così la Caritas e le chiese finiscono nel mirino

La distruzione della sede della Caritas di Mariupol da parte di un ordigno partito da un carro armato russo, è l’ennesimo crimine di guerra. Non si è trattato infatti dell’«effetto collaterale» di un attacco con altri obiettivi, già di per sé grave, ma di un’azione deliberata. L’edificio colpito era facilmente identificabile, una villetta a due piani entrambi contrassegnati dal simbolo dell’organizzazione caritativa cattolica, che ha al centro una grande croce rossa. Da quel luogo a partire dal 24 febbraio scorso, giorno d’inizio dell’offensiva del Cremlino, sono state aiutate 600mila.

Aiutano i sopravvissuti: così la Caritas e le chiese finiscono nel mirino

persone, distribuendo cibo, acqua e medicinali arrivati anche dall’estero. Nonostante lo spietato assedio russo che ha allontanato quasi tutti i cittadini da Mariupol in macerie, alcune migliaia di abitanti sono rimasti, vivendo come topi in cantine e in bunker. La Caritas locale non ha mai dismesso il suo servizio e rappresenta un aiuto alla sopravvivenza. Mosca non ha ancora conquistato definitivamente la città e colpire chi tiene in vita il popolo del sottosuolo equivale a spezzare una vena vitale. Nel bombardamento sono morte due operatrici e cinque loro familiari che avevano traslocato nella villetta considerandola un luogo sicuro. Ma non lo era. Padre Rostyslav Spryniuk, direttore della Caritas di Mariupol, ha però aggiornato il bilancio dell’attacco: «Due nostre lavoratrici sono state forzatamente portate in Russia. I soldati la chiamano “evacuazione volontaria” ma quando l’evacuazione è sotto la minaccia delle mitragliatrici non si può chiamare “volontaria”». Altre due operatrici «erano nella nostra sede ma in un altro edificio. Si sono salvate perché si trovavano sotto le scale. Sono state coperte dalle macerie ma sono riuscite a scavarsi una via d’uscita. Non possiamo rivelare i loro nomi, per non metterle in pericolo».

I cristiani sono suddivisi tra Chiesa ortodossa (il 38,9%, appartenente al Patriarcato di Kiev), Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca (29,4%) ma scissa dopo l’invasione, Chiesa autocefala ortodossa (2,9%), Greco-cattolici (14,7%), Chiesa cattolica romana (1,7%) e protestanti (2,4%). Nei giorni scorsi l’arcivescovo maggiore di Kiev, monsignor Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica, ha denunciato la scoperta di crimini commessi dai russi in alcuni edifici religiosi, in particolare nel villaggio di Lukashivka, dove sorge la chiesa ortodossa dell’Ascensione del Signore «profanata dagli occupanti, che ne hanno fatto dapprima la loro sede e poi luogo di interrogatorio e tortura». Vicino all’edificio sono stati ritrovati i corpi di decine di civili ucraini assassinati. «Quelli che si proclamano cristiani ortodossi - i russi, ha aggiunto il presule - hanno profanato il tempio dove deve essere onorato il nome di Dio, trasformato invece in un luogo di tortura, umiliazione e omicidio»

Al 16 marzo scorso l’esercito di occupazione aveva distrutto o danneggiato 28 tra chiese, sinagoghe e moschee. Il numero nel frattempo è più che raddoppiato. Gli edifici religiosi, con le scuole, sono diventati la casa provvisoria di molti degli oltre 6 milioni di ucraini sfollati interni. Hanno ricevuto accoglienza e quotidianamente vengono sfamati e curati da una macchina della solidarietà allestita dalle diverse Chiese, che sono andate oltre le differenze in nome della carità a un popolo ferito e spaventato, sospeso tra un passato che non tornerà e un futuro da definire. Gli aiuti che arrivano dai Paesi europei, con l’Italia ai primi posti, sono benzina per questa macchina. Alcune Caritas, come quella di Leopoli, curano anche le patologie mentali generate dal conflitto (gravi stati di ansia, attacchi di panico e depressioni). In attesa che l’orrore finisca: ma non terminerà il tempo di lenire le ferite.

© RIPRODUZIONE RISERVATA